Con le due sentenze annotate, la Corte europea dei diritti dell'uomo si pronuncia su una medesima fattispecie, in cui con una legge di sanatoria il Parlamento francese aveva eliminato il carattere di illegittimità di un atto, neutralizzando gli effetti e le responsabilità che ne sarebbero dovute derivare (nei casi in esame un credito di lavoro nei confronti dei ricorrenti). L'A. osserva come le due sentenze si fondano su argomentazioni diverse. Nel caso Arnolin la motivazione della condanna della Francia si basa sull'art. 6 della CEDU: attraverso una legislazione retroattiva lo Stato ha determinato l'esito della controversia che i ricorrenti avevano già radicato dinanzi alle giurisdizioni nazionali; la Corte non ravvisa motivi cogenti di interesse pubblico che potrebbero giustificare l'intervento retroattivo. Nella sentenza Aubert, invece, la condanna si basa sull'art. 1 del Prot. 1, in combinato disposto con l'art. 14 CEDU: i crediti dei lavoratori è un vero e proprio bene di cui i titolari possono essere privati solo nel rispetto dei principi validi per le espropriazioni, ossia in base alla legge e per una causa di pubblica utilità proporzionata al sacrificio imposto, condizioni non sussistenti nel caso in esame. L'A. ritiene che sia importante tenere sempre conto di entrambi i livelli di tutela, in quanto il diritto al giusto processo sussiste solo quando l'intervento retroattivo ha luogo dopo l'instaurazione del giudizio, mentre il diritto al pacifico godimento dei beni si configura allorché l'interesse del cittadino trova una base sufficientemente sicura anche solo in una giurisprudenza formatasi su casi simili.

Massa, M., I paletti di Strasburgo alle leggi retroattive, <<QUADERNI COSTITUZIONALI>>, 2007; (2/2007): 419-421 [http://hdl.handle.net/10807/8901]

I paletti di Strasburgo alle leggi retroattive

Massa
2007

Abstract

Con le due sentenze annotate, la Corte europea dei diritti dell'uomo si pronuncia su una medesima fattispecie, in cui con una legge di sanatoria il Parlamento francese aveva eliminato il carattere di illegittimità di un atto, neutralizzando gli effetti e le responsabilità che ne sarebbero dovute derivare (nei casi in esame un credito di lavoro nei confronti dei ricorrenti). L'A. osserva come le due sentenze si fondano su argomentazioni diverse. Nel caso Arnolin la motivazione della condanna della Francia si basa sull'art. 6 della CEDU: attraverso una legislazione retroattiva lo Stato ha determinato l'esito della controversia che i ricorrenti avevano già radicato dinanzi alle giurisdizioni nazionali; la Corte non ravvisa motivi cogenti di interesse pubblico che potrebbero giustificare l'intervento retroattivo. Nella sentenza Aubert, invece, la condanna si basa sull'art. 1 del Prot. 1, in combinato disposto con l'art. 14 CEDU: i crediti dei lavoratori è un vero e proprio bene di cui i titolari possono essere privati solo nel rispetto dei principi validi per le espropriazioni, ossia in base alla legge e per una causa di pubblica utilità proporzionata al sacrificio imposto, condizioni non sussistenti nel caso in esame. L'A. ritiene che sia importante tenere sempre conto di entrambi i livelli di tutela, in quanto il diritto al giusto processo sussiste solo quando l'intervento retroattivo ha luogo dopo l'instaurazione del giudizio, mentre il diritto al pacifico godimento dei beni si configura allorché l'interesse del cittadino trova una base sufficientemente sicura anche solo in una giurisprudenza formatasi su casi simili.
Italiano
Massa, M., I paletti di Strasburgo alle leggi retroattive, <<QUADERNI COSTITUZIONALI>>, 2007; (2/2007): 419-421 [http://hdl.handle.net/10807/8901]
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