“Di solito non la guardo, ma devo proprio dire che…”. Una frase che è un grande classico quando parliamo di televisione, a rimarcare una distanza vera o presunta da un medium che ancora, a distanza di più di sessant’anni, ci sembra spesso banale, volgare, “deficiente”. E una premessa che diventa ancor più necessaria la settimana di Sanremo, quel breve periodo a febbraio in cui anche i più insospettabili capitolano e (fosse solo perché molto del resto si ferma) sostano anche soltanto per cinque minuti davanti all’apparecchio tv (o alle clip su YouTube) per saggiare qualche canzone, giudicare le performance di conduttori e vallette, rimpiangere i tempi in cui i brani erano migliori, le sorprese erano davvero tali e i conduttori si chiamavano Pippo o Mike. Possiamo resistere, possiamo negarlo, ma ha avuto ragione Carlo Conti, al timone da due edizioni, quando come slogan dei suoi Festival ha scelto la doppietta “tutti amano Sanremo” e “tutti cantano Sanremo”. Non si scappa dalla tautologia. La gara di canzonette sulla riviera ligure, e tutta la costruzione televisiva e spettacolare che sta intorno, almeno per alcuni giorni è un discorso totalizzante: tutti (o molti) sono coinvolti in qualche modo, prendono posizione, condividono memorie, si lanciano in critiche, televotano, commentano abiti e gag, diventano fan o detrattori [...].

Barra, L., Perché Sanremo è Sanremo , 2016 [http://hdl.handle.net/10807/72170]

Perché Sanremo è Sanremo

Barra
2016

Abstract

“Di solito non la guardo, ma devo proprio dire che…”. Una frase che è un grande classico quando parliamo di televisione, a rimarcare una distanza vera o presunta da un medium che ancora, a distanza di più di sessant’anni, ci sembra spesso banale, volgare, “deficiente”. E una premessa che diventa ancor più necessaria la settimana di Sanremo, quel breve periodo a febbraio in cui anche i più insospettabili capitolano e (fosse solo perché molto del resto si ferma) sostano anche soltanto per cinque minuti davanti all’apparecchio tv (o alle clip su YouTube) per saggiare qualche canzone, giudicare le performance di conduttori e vallette, rimpiangere i tempi in cui i brani erano migliori, le sorprese erano davvero tali e i conduttori si chiamavano Pippo o Mike. Possiamo resistere, possiamo negarlo, ma ha avuto ragione Carlo Conti, al timone da due edizioni, quando come slogan dei suoi Festival ha scelto la doppietta “tutti amano Sanremo” e “tutti cantano Sanremo”. Non si scappa dalla tautologia. La gara di canzonette sulla riviera ligure, e tutta la costruzione televisiva e spettacolare che sta intorno, almeno per alcuni giorni è un discorso totalizzante: tutti (o molti) sono coinvolti in qualche modo, prendono posizione, condividono memorie, si lanciano in critiche, televotano, commentano abiti e gag, diventano fan o detrattori [...].
Italiano
Barra, L., Perché Sanremo è Sanremo , 2016 [http://hdl.handle.net/10807/72170]
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