Nelle rime di Gaspara Stampa il topos dell’‘inesprimibile’ ricorre con particolare frequenza: la parola si rivela insufficiente a descrivere le virtù dell’amato, a esprimere l’intensità della passione e il tormento che ne deriva, non è in grado di persuaderlo a pietà, non ha dunque il potere di modificare la realtà. La poetessa è condannata all’afasia, il silenzio sembra essere l’unica scelta possibile perché la parola ha perso spessore semantico e carica comunicativa. Eppure nello stesso tempo si avverte una seconda spinta, altrettanto forte, ma di natura opposta: l’orgogliosa consapevolezza di sé e dei propri mezzi espressivi, l’indicazione di una ‘gloria poetica’ da raggiungere, la rivendicazione della novità del proprio stile. L’aspirazione alla parola, la volontà di pronunciare dunque non si esaurisce, si acuisce anzi fino alle grida: costrizione al silenzio e ricerca di una propria ‘voce’ generano così una tensione che increspa la scrittura, di cui sono segnale e veicolo alcune costanti lessicali e metaforiche. Ormai deposte le intepretazioni crociane che facevano della poesia stampiana «effusioni epistolari e note di diario», e superate le definizioni di ‘impressionismo sentimentale’ che pure ne hanno segnato a lungo la ricezione, questo contributo si propone di interpretare la produzione lirica della Stampa alla luce di dinamiche culturali, poetiche e linguistiche, e riconoscere un alto grado di consapevolezza letteraria alla poetessa, che attraverso l’atto concreto della scrittura svolge una serrata riflessione sulle potenzialità della parola poetica. Ora, la langue (Borsetto) che ha a disposizione la Stampa è quella petrarchesca e petrarchista: la riflessione sull’insufficienza della parola coinvolge anche il modello, la riduzione al silenzio è allo stesso tempo constatazione dell’esaurimento di un intero sistema.

Tarsi, M. C., "S'arresti al suon di mia stanca favella". Gaspara Stampa e la parola poetica, <<FILOLOGIA E CRITICA>>, 2012; (2): 212-234 [http://hdl.handle.net/10807/66663]

"S'arresti al suon di mia stanca favella". Gaspara Stampa e la parola poetica

Tarsi, Maria Chiara
2012

Abstract

Nelle rime di Gaspara Stampa il topos dell’‘inesprimibile’ ricorre con particolare frequenza: la parola si rivela insufficiente a descrivere le virtù dell’amato, a esprimere l’intensità della passione e il tormento che ne deriva, non è in grado di persuaderlo a pietà, non ha dunque il potere di modificare la realtà. La poetessa è condannata all’afasia, il silenzio sembra essere l’unica scelta possibile perché la parola ha perso spessore semantico e carica comunicativa. Eppure nello stesso tempo si avverte una seconda spinta, altrettanto forte, ma di natura opposta: l’orgogliosa consapevolezza di sé e dei propri mezzi espressivi, l’indicazione di una ‘gloria poetica’ da raggiungere, la rivendicazione della novità del proprio stile. L’aspirazione alla parola, la volontà di pronunciare dunque non si esaurisce, si acuisce anzi fino alle grida: costrizione al silenzio e ricerca di una propria ‘voce’ generano così una tensione che increspa la scrittura, di cui sono segnale e veicolo alcune costanti lessicali e metaforiche. Ormai deposte le intepretazioni crociane che facevano della poesia stampiana «effusioni epistolari e note di diario», e superate le definizioni di ‘impressionismo sentimentale’ che pure ne hanno segnato a lungo la ricezione, questo contributo si propone di interpretare la produzione lirica della Stampa alla luce di dinamiche culturali, poetiche e linguistiche, e riconoscere un alto grado di consapevolezza letteraria alla poetessa, che attraverso l’atto concreto della scrittura svolge una serrata riflessione sulle potenzialità della parola poetica. Ora, la langue (Borsetto) che ha a disposizione la Stampa è quella petrarchesca e petrarchista: la riflessione sull’insufficienza della parola coinvolge anche il modello, la riduzione al silenzio è allo stesso tempo constatazione dell’esaurimento di un intero sistema.
Italiano
Tarsi, M. C., "S'arresti al suon di mia stanca favella". Gaspara Stampa e la parola poetica, <<FILOLOGIA E CRITICA>>, 2012; (2): 212-234 [http://hdl.handle.net/10807/66663]
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