Nuovi studi montaliani è il titolo con cui Niccolò Scaffai ha raccolto e pubblicato (per le Edizioni della Normale di Pisa, nel 2023) sette saggi d’argomento montaliano che Luigi Blasucci (1924-2021) aveva fatto uscire su rivista o in volume tra il 2005 e il 2013, sulla scia del suo primo volume montaliano (Gli oggetti di Montale, Bologna, Il Mulino, 2002, poi Milano, Ledizioni, 2010). Distolto dalle cure della monumentale edizione dei Canti di Leopardi, pubblicati in due tomi (2019-2021), il secondo dei quali uscito postumo, Blasucci non aveva poi fatto più in tempo a concretare l’idea – al curatore peraltro esternata “più volte, sul filo degli anni” (p. VIII) – di dare alla luce il suo secondo libro montaliano. Suddivisi nelle due parti nelle quali il volume è stato dal curatore strutturato, i Nuovi studi montaliani spaziano nella Parte prima dagli Ossi di seppia al Diario del ’71 e del ’72, vertendo i cinque articoli in essa riuniti su: Spesso il male di vivere ho incontrato… (Ossi di seppia), Non recidere, forbice quel volto… (Le occasioni), Divinità in incognito (Satura), Le stagioni (Satura), L’educazione intellettuale (Diario del ’71 e del ’72). Nella Parte seconda, invece, i due saggi che la compongono si appuntano, rispettivamente, su un illustre critico montaliano (Di Contini su Montale) e su delucidazioni di ordine metodologico (Lettura in classe e commento scolastico. Esempi da Leopardi a Montale). È da quest’ultimo saggio (risalente al 2009) che sarebbe opportuno che partisse il lettore che volesse familiarizzarsi con le peculiarità dell’approccio ai testi messo in atto da Blasucci anche nei suoi Nuovi studi montaliani. “Innanzi tutto l’esigenza della chiarezza e della elementarità” (p. 90): questa è l’insegna su cui Blasucci ha fondato il proprio magistero e che viene da lui additata come un retaggio dell’insegnamento liceale per lui protrattosi per diciannove anni (quattordici dei quali al liceo scientifico) prima di approdare a quello universitario. “Una cosa è parlare davanti agli studenti di Lettere, ossia davanti a gente che ha scelto già quella strada; se non capisce, peggio per lei: io vado avanti, tanto si sa che prima o poi mi capiranno. Ma parlare a della gente che non seguirà quella strada, pone il problema di farsi capire subito. Quindi innanzi tutto l’esigenza della chiarezza e dell’elementarità” (p. 90). A questa medesima esigenza irrinunciabile di “chiarezza” e di “elementarità” va altresì ricondotta la necessità, sostenuta con fermezza da Blasucci, di tenere rigorosamente distinto il cappello introduttivo dalle note filologiche nei commenti sia divulgativi sia scolastici, e in ciò consapevolmente allineandosi a un metodo inaugurato da Gianfranco Contini (nel commento alle Rime di Dante, del 1939) al fine di arginare le “divagazioni” alle quali indulgevano, nei commenti, gli studiosi allineati alla corrente della critica estetica. Fatto salvo questo tributo al Contini filologo, quando però nel penultimo saggio (del 2010) Blasucci tratta Di Contini su Montale, ovvero non del Contini filologo montaliano, del curatore (con Rosanna Bettarini) dell’Opera in versi (1980), bensì del Contini critico letterario che a Montale tributò una “lunga fedeltà” e che nel 1934 (aveva appena ventidue anni) venne dal poeta gratificato con il titolo onorifico di suo “miglior critico” (nella lettera del 29 dicembre a Irma Brandeis), di fatto lo demolisce. Il saggio è infatti incentrato sulla volontà di spiegarsi e di spiegare perché Contini non abbia applicato a Montale quella che Blasucci reputa essere una “verità estetica”: ovvero, che “la poesia “di per sé”, in quanto vitale atto espressivo, si realizza oltre il contenuto negativo” (p. 87). La conclusione a cui Blasucci perviene è pertanto la seguente: “La nostra ipotesi è che quella verità estetica, di cui sopra, abbia incontrato da parte del critico, al di là delle sue stesse propensioni linguistiche, qualche resistenza di natura “teologica”. Contini, in altri termini, è stato (è) reticente ad ammettere una poesia del negativo” (p. 87). Da qui, ovvero da questa fondamentale “motivazione “teologica”“, a suo giudizio presente a monte della riflessione critica di Contini, come una menda, Blasucci arriva a spiegarsi sia le riserve del Contini critico letterario nei confronti degli Ossi di seppia sia la maggiore condiscendenza viceversa da lui dimostrata verso il Diario del ’71 e del ’72. D’altro canto, quando si tratta di affrontare l’analisi di un componimento montaliano – come avviene nei cinque contributi raccolti nella Parte prima dei Nuovi studi –, il magistero continiano torna a illuminare come un faro. Sicché, Blasucci avverte subito che “Contini annoverava l’economicità fra le doti scientifiche di un commento” (p. 89). E il Blasucci che, bontà sua, “amava definirsi – come ricorda Scaffai – “critico liceale”“ (“La vocazione didattica, maturata nei lunghi anni di insegnamento a scuola, era infatti inscindibile dal suo modo di leggere i testi e dallo stile della sua scrittura critica” p. 102), affronta rigorosamente “il testo come realtà linguistica, stilistica e metrica” (pp. 92-3), approntando commenti all’insegna della “economicità” (all’incirca di quattordici pagine a stampa è la lunghezza media dei saggi accorpati nella Parte prima dei Nuovi studi montaliani). Leggendo Spesso il male di vivere ho incontrato…, la cui composizione fa risalire al 1923-24, Blasucci ravvisa (nel saggio del 2005) la “simmetria costruttiva” delle due quartine (p. 9), evidenziata dall’anafora sintattica (era... era…), nonché dall’enjambement tra il terzo e il quarto verso di ciascuna quartina (foglia/riarsa, sonnolenza/meriggio), “simmetria costruttiva” altresì messa in rilievo a livello semantico dalla contrapposizione tra il tema del male, nelle tre immagini di sofferenza della prima quartina, e quello del bene, nelle tre immagini di indifferenza della seconda. Riguardo all’assunto del “pessimismo cosmico”, ovvero dell’”estensione della sofferenza a tutti gli esseri del cosmo” (p. 10), sostenuto per Spesso il male di vivere ho incontrato… da alcuni montalisti, additando come prototipo vuoi Leopardi (Zibaldone, 4175) vuoi Schopenhauer (Mondo come volontà e rappresentazione, La volontà nella Natura), Blasucci ritiene che non sia una tesi in toto sostenibile, perché a scardinare la dimostrazione è in entrambi i casi l’immagine del “rivo strozzato” (ma era un “rivo ingorgato” in una variante), in quanto non è corretto parlare di sofferenza, ovvero di sensibilità, nei confronti di un “rivo”. Le conclusioni a cui Blasucci perviene è che per tutte le immagini del componimento montaliano, considerate nel loro insieme, sia preferibile parlare di “una costellazione metaforica” attraverso la quale si esprime la “sofferenza della natura, ma si allude di fatto alla sofferenza dell’uomo” (T 14). L’aver premesso che numerosi sono stati gli studiosi che si sono cimentati nell’affrontare la lettura di Non recidere, forbice, quel volto… (i nomi menzionati sono quelli di Cambon, Ramat, Bàrberi Squarotti, Ficara, Marchese, Isella e de Rogatis) non ha scoraggiato Blasucci a scriverne a sua volta (il saggio, dedicato “Ad Alfredo Stussi”, è del 2013), giacché “l’idea di un “già detto tutto” è, per qualsiasi testo, un’idea alquanto ingenua” (p. 16). Passate finemente al vaglio tutte le parole e tutte le varianti, il significato del componimento montaliano viene così riassunto: “Nella successione delle due quartine si svolge in realtà un’unica vicenda (le rime interstrofiche sono lì a segnalarcelo), ossia una dolorosa sconfitta della memoria per l’azione corrosiva del tempo” (p. 17). Collocandolo nel quadro dei Mottetti, Blasucci ritiene altresì di poter ravvisare in Non recidere, forbice, quel volto… uno dei tasselli dell’epilogo del “romanzetto autobiografico” (pp. 16 e 25), da Montale di fatto allestito ordinando secondo un implicito filo narrativo i venti Mottetti delle Occasioni, “epilogo in cui si registra la perdita progressiva della sua immagine” (p. 16), dell’immagine cioè della donna amata. L’analisi di Divinità in incognito (saggio del 2011) è fatta precedere dalle considerazioni sull’anafora come “figura dominante, […] anzi dilagante, in Satura” (p. 30), nonché come “fattore strutturante” – in svariati casi – dei componimenti della raccolta poiché, secondo Blasucci, essa “non rimane un puro episodio di testo, ma innerva l’intera composizione” (p. 30). In particolare, in Divinità in incognito l’anafora – costituita da verbi (Dicono, dubitano, Dicono, credono, Io dico, Dicono) – riveste una funzione “asseverativa”, assecondante una “disposizione dimostrativa” (p. 33). Contestualmente, il discorso assume una “struttura dialettica”, “contrastiva”, “che oppone un’opinione ricevuta, quella dei più, a un punto di vista molto meno scontato, quello di un soggetto al singolare” (pp. 35-36), individuato dal poeta stesso (Io dico che… / io ne ho vedute più volte // eppure… / quel brivido m’ha detto tutto). Le stagioni, pur trattando il tema del tempo già oggetto di svariati altri componimenti montaliani, si distinguono – secondo il giudizio di Blasucci (espresso nel saggio del 2013) – per la particolarità che “l’insofferenza verso il tempo”, ovvero verso il tempo cronologicamente misurabile, “si precisa anche come insofferenza verso la ciclicità delle stagioni” (p. 52). La denigrazione delle stagioni, attraverso la sottolineatura degli aspetti negativi di ciascuna, va secondo Blasucci considerata “una sorta di anti-plazer, con riferimento a quel genere di poesia medioevale (il plazer) in cui si celebravano le offerte che ciascuna stagione (o mese, o giorno della settimana) poteva fornire a un soggetto disposto a godersele” (p. 53). Nella lettura de L’educazione intellettuale (saggio del 2006 col quale si chiude la Parte prima dei Nuovi studi montaliani) Blasucci inanella un fitto apparato di chiose ai singoli termini o sintagmi del componimento, tra le quali si distinguono quelle sulla presenza di Cimetière marin di Paul Valéry (con una citazione letterale all’inizio e con una citazione “manipolata”, p. 69, alla fine), presenza che peraltro Blasucci reputa che debba essere già ravvisata nei vv. 9-10 di Meriggiare pallido e assorto (1916-’22), quindi in un componimento di quasi sessant’anni prima. ANGELA IDA VILLA INDICE: Avvertenza (p. VII). PARTE PRIMA. I. Montale tra Leopardi e Schopenhauer. Lettura di Spesso il male di vivere ho incontrato (p. 3); II. Su un noto ‘mottetto’ montaliano: Non recidere, forbice, quel volto… (p. 15); III. All’insegna dell’anafora: lettura di un testo montaliano (Divinità in incognito) (p. 29); IV. All’insegna dell’anafora, 2: lettura di Le stagioni (Montale, Satura) (p. 43); V. Chiose a L’educazione intellettuale (p. 57). PARTE SECONDA. VI. Di Contini su Montale (p. 75). VII. Lettura in classe e commento scolastico. Esempi da Leopardi a Montale (p. 89). POSTFAZIONE. NICCOLÒ SCAFFAI, Luigi Blasucci montalista (p. 101). Indice dei nomi (p. 123). ANGELA IDA VILLA, Recensione a LUIGI BLASUCCI, Nuovi studi montaliani (a cura e con una postfazione di NICCOLÒ SCAFFAI, Pisa, Edizioni della Normale, 2023, pp. 125), in “Testo”, n. 2, 2025, pp. 164-166
Villa, A. I., Recensione a "LUIGI BLASUCCI, Nuovi studi montaliani (a cura e con una postfazione di NICCOLÒ SCAFFAI, Pisa, Edizioni della Normale, 2023, pp. 125 Edizioni della Normale, Pisa 2023", <<Testo: studi di teoria e storia della letteratura e della critica>>, 2025; (n. 2):164-166 [https://hdl.handle.net/10807/341466]
ANGELA IDA VILLA, Recensione a Luigi Blasucci, Nuovi studi montaliani (a cura e con una postfazione di Niccolò Scaffai, Pisa, Edizioni della Normale, 2023, pp. 125), in “Testo”, n. 2, 2025, pp. 164-166
Villa, Angela Ida
2025
Abstract
Nuovi studi montaliani è il titolo con cui Niccolò Scaffai ha raccolto e pubblicato (per le Edizioni della Normale di Pisa, nel 2023) sette saggi d’argomento montaliano che Luigi Blasucci (1924-2021) aveva fatto uscire su rivista o in volume tra il 2005 e il 2013, sulla scia del suo primo volume montaliano (Gli oggetti di Montale, Bologna, Il Mulino, 2002, poi Milano, Ledizioni, 2010). Distolto dalle cure della monumentale edizione dei Canti di Leopardi, pubblicati in due tomi (2019-2021), il secondo dei quali uscito postumo, Blasucci non aveva poi fatto più in tempo a concretare l’idea – al curatore peraltro esternata “più volte, sul filo degli anni” (p. VIII) – di dare alla luce il suo secondo libro montaliano. Suddivisi nelle due parti nelle quali il volume è stato dal curatore strutturato, i Nuovi studi montaliani spaziano nella Parte prima dagli Ossi di seppia al Diario del ’71 e del ’72, vertendo i cinque articoli in essa riuniti su: Spesso il male di vivere ho incontrato… (Ossi di seppia), Non recidere, forbice quel volto… (Le occasioni), Divinità in incognito (Satura), Le stagioni (Satura), L’educazione intellettuale (Diario del ’71 e del ’72). Nella Parte seconda, invece, i due saggi che la compongono si appuntano, rispettivamente, su un illustre critico montaliano (Di Contini su Montale) e su delucidazioni di ordine metodologico (Lettura in classe e commento scolastico. Esempi da Leopardi a Montale). È da quest’ultimo saggio (risalente al 2009) che sarebbe opportuno che partisse il lettore che volesse familiarizzarsi con le peculiarità dell’approccio ai testi messo in atto da Blasucci anche nei suoi Nuovi studi montaliani. “Innanzi tutto l’esigenza della chiarezza e della elementarità” (p. 90): questa è l’insegna su cui Blasucci ha fondato il proprio magistero e che viene da lui additata come un retaggio dell’insegnamento liceale per lui protrattosi per diciannove anni (quattordici dei quali al liceo scientifico) prima di approdare a quello universitario. “Una cosa è parlare davanti agli studenti di Lettere, ossia davanti a gente che ha scelto già quella strada; se non capisce, peggio per lei: io vado avanti, tanto si sa che prima o poi mi capiranno. Ma parlare a della gente che non seguirà quella strada, pone il problema di farsi capire subito. Quindi innanzi tutto l’esigenza della chiarezza e dell’elementarità” (p. 90). A questa medesima esigenza irrinunciabile di “chiarezza” e di “elementarità” va altresì ricondotta la necessità, sostenuta con fermezza da Blasucci, di tenere rigorosamente distinto il cappello introduttivo dalle note filologiche nei commenti sia divulgativi sia scolastici, e in ciò consapevolmente allineandosi a un metodo inaugurato da Gianfranco Contini (nel commento alle Rime di Dante, del 1939) al fine di arginare le “divagazioni” alle quali indulgevano, nei commenti, gli studiosi allineati alla corrente della critica estetica. Fatto salvo questo tributo al Contini filologo, quando però nel penultimo saggio (del 2010) Blasucci tratta Di Contini su Montale, ovvero non del Contini filologo montaliano, del curatore (con Rosanna Bettarini) dell’Opera in versi (1980), bensì del Contini critico letterario che a Montale tributò una “lunga fedeltà” e che nel 1934 (aveva appena ventidue anni) venne dal poeta gratificato con il titolo onorifico di suo “miglior critico” (nella lettera del 29 dicembre a Irma Brandeis), di fatto lo demolisce. Il saggio è infatti incentrato sulla volontà di spiegarsi e di spiegare perché Contini non abbia applicato a Montale quella che Blasucci reputa essere una “verità estetica”: ovvero, che “la poesia “di per sé”, in quanto vitale atto espressivo, si realizza oltre il contenuto negativo” (p. 87). La conclusione a cui Blasucci perviene è pertanto la seguente: “La nostra ipotesi è che quella verità estetica, di cui sopra, abbia incontrato da parte del critico, al di là delle sue stesse propensioni linguistiche, qualche resistenza di natura “teologica”. Contini, in altri termini, è stato (è) reticente ad ammettere una poesia del negativo” (p. 87). Da qui, ovvero da questa fondamentale “motivazione “teologica”“, a suo giudizio presente a monte della riflessione critica di Contini, come una menda, Blasucci arriva a spiegarsi sia le riserve del Contini critico letterario nei confronti degli Ossi di seppia sia la maggiore condiscendenza viceversa da lui dimostrata verso il Diario del ’71 e del ’72. D’altro canto, quando si tratta di affrontare l’analisi di un componimento montaliano – come avviene nei cinque contributi raccolti nella Parte prima dei Nuovi studi –, il magistero continiano torna a illuminare come un faro. Sicché, Blasucci avverte subito che “Contini annoverava l’economicità fra le doti scientifiche di un commento” (p. 89). E il Blasucci che, bontà sua, “amava definirsi – come ricorda Scaffai – “critico liceale”“ (“La vocazione didattica, maturata nei lunghi anni di insegnamento a scuola, era infatti inscindibile dal suo modo di leggere i testi e dallo stile della sua scrittura critica” p. 102), affronta rigorosamente “il testo come realtà linguistica, stilistica e metrica” (pp. 92-3), approntando commenti all’insegna della “economicità” (all’incirca di quattordici pagine a stampa è la lunghezza media dei saggi accorpati nella Parte prima dei Nuovi studi montaliani). Leggendo Spesso il male di vivere ho incontrato…, la cui composizione fa risalire al 1923-24, Blasucci ravvisa (nel saggio del 2005) la “simmetria costruttiva” delle due quartine (p. 9), evidenziata dall’anafora sintattica (era... era…), nonché dall’enjambement tra il terzo e il quarto verso di ciascuna quartina (foglia/riarsa, sonnolenza/meriggio), “simmetria costruttiva” altresì messa in rilievo a livello semantico dalla contrapposizione tra il tema del male, nelle tre immagini di sofferenza della prima quartina, e quello del bene, nelle tre immagini di indifferenza della seconda. Riguardo all’assunto del “pessimismo cosmico”, ovvero dell’”estensione della sofferenza a tutti gli esseri del cosmo” (p. 10), sostenuto per Spesso il male di vivere ho incontrato… da alcuni montalisti, additando come prototipo vuoi Leopardi (Zibaldone, 4175) vuoi Schopenhauer (Mondo come volontà e rappresentazione, La volontà nella Natura), Blasucci ritiene che non sia una tesi in toto sostenibile, perché a scardinare la dimostrazione è in entrambi i casi l’immagine del “rivo strozzato” (ma era un “rivo ingorgato” in una variante), in quanto non è corretto parlare di sofferenza, ovvero di sensibilità, nei confronti di un “rivo”. Le conclusioni a cui Blasucci perviene è che per tutte le immagini del componimento montaliano, considerate nel loro insieme, sia preferibile parlare di “una costellazione metaforica” attraverso la quale si esprime la “sofferenza della natura, ma si allude di fatto alla sofferenza dell’uomo” (T 14). L’aver premesso che numerosi sono stati gli studiosi che si sono cimentati nell’affrontare la lettura di Non recidere, forbice, quel volto… (i nomi menzionati sono quelli di Cambon, Ramat, Bàrberi Squarotti, Ficara, Marchese, Isella e de Rogatis) non ha scoraggiato Blasucci a scriverne a sua volta (il saggio, dedicato “Ad Alfredo Stussi”, è del 2013), giacché “l’idea di un “già detto tutto” è, per qualsiasi testo, un’idea alquanto ingenua” (p. 16). Passate finemente al vaglio tutte le parole e tutte le varianti, il significato del componimento montaliano viene così riassunto: “Nella successione delle due quartine si svolge in realtà un’unica vicenda (le rime interstrofiche sono lì a segnalarcelo), ossia una dolorosa sconfitta della memoria per l’azione corrosiva del tempo” (p. 17). Collocandolo nel quadro dei Mottetti, Blasucci ritiene altresì di poter ravvisare in Non recidere, forbice, quel volto… uno dei tasselli dell’epilogo del “romanzetto autobiografico” (pp. 16 e 25), da Montale di fatto allestito ordinando secondo un implicito filo narrativo i venti Mottetti delle Occasioni, “epilogo in cui si registra la perdita progressiva della sua immagine” (p. 16), dell’immagine cioè della donna amata. L’analisi di Divinità in incognito (saggio del 2011) è fatta precedere dalle considerazioni sull’anafora come “figura dominante, […] anzi dilagante, in Satura” (p. 30), nonché come “fattore strutturante” – in svariati casi – dei componimenti della raccolta poiché, secondo Blasucci, essa “non rimane un puro episodio di testo, ma innerva l’intera composizione” (p. 30). In particolare, in Divinità in incognito l’anafora – costituita da verbi (Dicono, dubitano, Dicono, credono, Io dico, Dicono) – riveste una funzione “asseverativa”, assecondante una “disposizione dimostrativa” (p. 33). Contestualmente, il discorso assume una “struttura dialettica”, “contrastiva”, “che oppone un’opinione ricevuta, quella dei più, a un punto di vista molto meno scontato, quello di un soggetto al singolare” (pp. 35-36), individuato dal poeta stesso (Io dico che… / io ne ho vedute più volte // eppure… / quel brivido m’ha detto tutto). Le stagioni, pur trattando il tema del tempo già oggetto di svariati altri componimenti montaliani, si distinguono – secondo il giudizio di Blasucci (espresso nel saggio del 2013) – per la particolarità che “l’insofferenza verso il tempo”, ovvero verso il tempo cronologicamente misurabile, “si precisa anche come insofferenza verso la ciclicità delle stagioni” (p. 52). La denigrazione delle stagioni, attraverso la sottolineatura degli aspetti negativi di ciascuna, va secondo Blasucci considerata “una sorta di anti-plazer, con riferimento a quel genere di poesia medioevale (il plazer) in cui si celebravano le offerte che ciascuna stagione (o mese, o giorno della settimana) poteva fornire a un soggetto disposto a godersele” (p. 53). Nella lettura de L’educazione intellettuale (saggio del 2006 col quale si chiude la Parte prima dei Nuovi studi montaliani) Blasucci inanella un fitto apparato di chiose ai singoli termini o sintagmi del componimento, tra le quali si distinguono quelle sulla presenza di Cimetière marin di Paul Valéry (con una citazione letterale all’inizio e con una citazione “manipolata”, p. 69, alla fine), presenza che peraltro Blasucci reputa che debba essere già ravvisata nei vv. 9-10 di Meriggiare pallido e assorto (1916-’22), quindi in un componimento di quasi sessant’anni prima. ANGELA IDA VILLA INDICE: Avvertenza (p. VII). PARTE PRIMA. I. Montale tra Leopardi e Schopenhauer. Lettura di Spesso il male di vivere ho incontrato (p. 3); II. Su un noto ‘mottetto’ montaliano: Non recidere, forbice, quel volto… (p. 15); III. All’insegna dell’anafora: lettura di un testo montaliano (Divinità in incognito) (p. 29); IV. All’insegna dell’anafora, 2: lettura di Le stagioni (Montale, Satura) (p. 43); V. Chiose a L’educazione intellettuale (p. 57). PARTE SECONDA. VI. Di Contini su Montale (p. 75). VII. Lettura in classe e commento scolastico. Esempi da Leopardi a Montale (p. 89). POSTFAZIONE. NICCOLÒ SCAFFAI, Luigi Blasucci montalista (p. 101). Indice dei nomi (p. 123). ANGELA IDA VILLA, Recensione a LUIGI BLASUCCI, Nuovi studi montaliani (a cura e con una postfazione di NICCOLÒ SCAFFAI, Pisa, Edizioni della Normale, 2023, pp. 125), in “Testo”, n. 2, 2025, pp. 164-166I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



