Una raggiera di palme da chiesa, un busto di Antinoo dorato, un vasetto abruzzese antico, un cuoio di Cordova dipinto a figure, due sciabole montenegrine, una testa muliebre in marmo di scavo, un piccolo arazzo con la figura di san Pasquale tra cherubini: sono solo alcuni degli orpelli che compaiono nel "Catalogo degli oggetti esistenti nell’abitazione del signor Gabriele d’Annunzio in via Gregoriana, 5", al piano terreno, redatto dall’autore nel novembre del 1890, poco prima di separarsi dalla moglie Maria Hardouin di Gallese. Si tratta di oggetti più o meno modesti, al massimo «prodotti di geniali artigiani che nei secoli passati sapevano imprimere un sigillo di bellezza agli arnesi più comuni della vita e del lavoro quotidiano», per usare le parole di Antonio Muñoz, e tuttavia capaci di riflettere una tensione collezionistica che, come spesso accade nel caso dannunziano, migra dalla vita alla pagina scritta. L’ideale artistico-esistenziale, che si lega di necessità alle smanie del collezionista, si sostanzia nelle cesellature verbali. E non solo l’autore costruisce il suo universo personale con l’inchiostro, ma riserva alla finzione un livello di compiutezza che nella vita risulta invece rincorso e superomisticamente mancato. Alla collezione imperfetta dell’uomo-d’Annunzio (e del resto, evidenzia Martina Mazzotta indagando le Wunderkammern barocche, la raccolta destinata al completamento «sarebbe come l’ultimo granello di sabbia nella clessidra del tempo», ossia un’entità morta) corrisponde, negli anni del periodo romano, la perfezione raffinatissima del letterato-d’Annunzio, che passeggia per la città «dei Papi» nelle vesti narrative di Andrea Sperelli. Proprio all’interno del "Piacere" (1889) si assiste alla trasformazione del collezionismo urbano en plein air, fatto di «Ville», «Fontane» e «Chiese», in compendio chiuso, circoscritto a palazzo Zuccari, dove il protagonista vive tra «coppe di cristallo», «tendine di pizzo» e opere rinascimentali. Ciò che qui si vuole mettere in evidenza, a partire dalla contaminazione vita-arte-letteratura, è la compresenza nel collezionismo dannunziano di una matrice enciclopedica impregnata di Romanticismo, che si basa ancora su presupposti analogici, di sensibilità relazionale tra il collezionista e l’oggetto collezionato, e di un più moderno approccio sineddotico alla raccolta, già rivolto al secolo successivo, per cui la parte appare sufficiente a rappresentare enciclopedicamente il tutto, entro i limiti di un superuomo in carne e ossa che ha bisogno della pagina per esorcizzare l’ambizione al totale. A proposito del "Piacere", d’Annunzio confessa: «misi, come per liberarmene, tutte le mie predilezioni di forma e di colore, tutte le mie sottilità, tutte le mie preziosità», sfidando in astratto i confini dell’accumulo concreto.
Colombo, R., "Tutte le mie predilezioni di forma e di colore". Il collezionismo dannunziano come pratica enciclopedica, in L'artista per la letteratura e il letterato per l'arte: forme di collezionismo in Italia tra Cinque e Ottocento, (Genova, 09-10 May 2023), Serel International, Stefano Termanini Editore, Genova 2025: 117-124 [https://hdl.handle.net/10807/332920]
"Tutte le mie predilezioni di forma e di colore". Il collezionismo dannunziano come pratica enciclopedica
Colombo, Roberta
2025
Abstract
Una raggiera di palme da chiesa, un busto di Antinoo dorato, un vasetto abruzzese antico, un cuoio di Cordova dipinto a figure, due sciabole montenegrine, una testa muliebre in marmo di scavo, un piccolo arazzo con la figura di san Pasquale tra cherubini: sono solo alcuni degli orpelli che compaiono nel "Catalogo degli oggetti esistenti nell’abitazione del signor Gabriele d’Annunzio in via Gregoriana, 5", al piano terreno, redatto dall’autore nel novembre del 1890, poco prima di separarsi dalla moglie Maria Hardouin di Gallese. Si tratta di oggetti più o meno modesti, al massimo «prodotti di geniali artigiani che nei secoli passati sapevano imprimere un sigillo di bellezza agli arnesi più comuni della vita e del lavoro quotidiano», per usare le parole di Antonio Muñoz, e tuttavia capaci di riflettere una tensione collezionistica che, come spesso accade nel caso dannunziano, migra dalla vita alla pagina scritta. L’ideale artistico-esistenziale, che si lega di necessità alle smanie del collezionista, si sostanzia nelle cesellature verbali. E non solo l’autore costruisce il suo universo personale con l’inchiostro, ma riserva alla finzione un livello di compiutezza che nella vita risulta invece rincorso e superomisticamente mancato. Alla collezione imperfetta dell’uomo-d’Annunzio (e del resto, evidenzia Martina Mazzotta indagando le Wunderkammern barocche, la raccolta destinata al completamento «sarebbe come l’ultimo granello di sabbia nella clessidra del tempo», ossia un’entità morta) corrisponde, negli anni del periodo romano, la perfezione raffinatissima del letterato-d’Annunzio, che passeggia per la città «dei Papi» nelle vesti narrative di Andrea Sperelli. Proprio all’interno del "Piacere" (1889) si assiste alla trasformazione del collezionismo urbano en plein air, fatto di «Ville», «Fontane» e «Chiese», in compendio chiuso, circoscritto a palazzo Zuccari, dove il protagonista vive tra «coppe di cristallo», «tendine di pizzo» e opere rinascimentali. Ciò che qui si vuole mettere in evidenza, a partire dalla contaminazione vita-arte-letteratura, è la compresenza nel collezionismo dannunziano di una matrice enciclopedica impregnata di Romanticismo, che si basa ancora su presupposti analogici, di sensibilità relazionale tra il collezionista e l’oggetto collezionato, e di un più moderno approccio sineddotico alla raccolta, già rivolto al secolo successivo, per cui la parte appare sufficiente a rappresentare enciclopedicamente il tutto, entro i limiti di un superuomo in carne e ossa che ha bisogno della pagina per esorcizzare l’ambizione al totale. A proposito del "Piacere", d’Annunzio confessa: «misi, come per liberarmene, tutte le mie predilezioni di forma e di colore, tutte le mie sottilità, tutte le mie preziosità», sfidando in astratto i confini dell’accumulo concreto.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



