L'articolo riflette sul tema dell'attesa come dimensione esistenziale fondamentale, partendo dalla celebre immagine agostiniana della vita come "tensione tra ciò che non è più e ciò che non è ancora". Nell'epoca contemporanea, caratterizzata dall'immediatezza digitale e dal consumismo compulsivo, l'attesa rischia di dissolversi in una sorta di "presente assoluto" che impedisce ogni autentica esperienza del tempo. Agostino offre una fenomenologia dell'attesa che ne rivela la natura paradossale: attendere significa essere contemporaneamente protesi verso il futuro e radicati nel presente, in una tensione (distentio) che costituisce la struttura stessa della temporalità umana. L'attesa non è passività o vuoto da riempire, ma spazio di desiderio e di trasformazione interiore. Il testo distingue tra diverse forme di attesa: quella consumistica dell'acquisto immediato, quella ansiosa dell'agitazione vuota, e quella autentica che sa "abitare" il tempo intermedio con pazienza e speranza. Quest'ultima trova il suo paradigma nell'attesa dell'Avvento, che non è semplice preparazione a un evento futuro, ma trasformazione del presente attraverso il desiderio del Bene. La riflessione si conclude mostrando come l'attesa cristiana non sia negazione del mondo, ma modo nuovo di abitarlo: attendere il Signore significa già incontrarlo nel presente, in una tensione escatologica che redime il tempo senza fuggirlo, aprendo alla gioia che nasce dalla speranza.

Muller, P. A. M., Non siamo alla “fine del mondo”: c’è la Città di Dio che viene, <<AVVENIRE>>, 2025-12-20 [https://hdl.handle.net/10807/328228]

Non siamo alla “fine del mondo”: c’è la Città di Dio che viene

Muller, Paola Anna Maria
2025

Abstract

L'articolo riflette sul tema dell'attesa come dimensione esistenziale fondamentale, partendo dalla celebre immagine agostiniana della vita come "tensione tra ciò che non è più e ciò che non è ancora". Nell'epoca contemporanea, caratterizzata dall'immediatezza digitale e dal consumismo compulsivo, l'attesa rischia di dissolversi in una sorta di "presente assoluto" che impedisce ogni autentica esperienza del tempo. Agostino offre una fenomenologia dell'attesa che ne rivela la natura paradossale: attendere significa essere contemporaneamente protesi verso il futuro e radicati nel presente, in una tensione (distentio) che costituisce la struttura stessa della temporalità umana. L'attesa non è passività o vuoto da riempire, ma spazio di desiderio e di trasformazione interiore. Il testo distingue tra diverse forme di attesa: quella consumistica dell'acquisto immediato, quella ansiosa dell'agitazione vuota, e quella autentica che sa "abitare" il tempo intermedio con pazienza e speranza. Quest'ultima trova il suo paradigma nell'attesa dell'Avvento, che non è semplice preparazione a un evento futuro, ma trasformazione del presente attraverso il desiderio del Bene. La riflessione si conclude mostrando come l'attesa cristiana non sia negazione del mondo, ma modo nuovo di abitarlo: attendere il Signore significa già incontrarlo nel presente, in una tensione escatologica che redime il tempo senza fuggirlo, aprendo alla gioia che nasce dalla speranza.
Italiano
20-dic-2025
Muller, P. A. M., Non siamo alla “fine del mondo”: c’è la Città di Dio che viene, <<AVVENIRE>>, 2025-12-20 [https://hdl.handle.net/10807/328228]
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