La dimensione del dono è dare, in ciò che si dona, quel che non si ha: dare un oggetto che colmi nell’altro quella mancanza di cui il donatore stesso subisce tutti gli effetti, dialettica che mette in evidenza il versante inaspettatamente transitivo del dono: mi manchi, dunque ti dono. Questa logica è reperibile anche e soprattutto nelle relazioni dette “di aiuto”, dove il vero problema non sembra risiedere nella disponibilità dell’offerente al bisogno, alla richiesta del sofferente: la vera condizione dell’aiuto è l’effettiva capacità, per chi chiede, di accettazione e quindi di elaborazione soggettiva dell’offerta. L’offerta di aiuto, come ogni dono, per essere efficace deve includere allora la mancanza dell’offerente, per esempio nel suo scoprirsi senza garanzia -di potere e di efficacia- nel servizio che pure mette in opera. Ci sono situazioni che possiamo definire cliniche in un senso radicale, dove cioè viene implicato un ascolto operativo della sofferenza, benché non sia messa in gioco una richiesta di cura, né esplicita, ma nemmeno implicita. Si può parlare qui di una clinica senza domanda, clinica di base, non meno forte di quella a sfondo psicoterapeutico, clinica problematica, poiché – in assenza di una domanda trattabile – all’operatore resta un margine assai ristretto di costruzione del suo campo. Una clinica dell’aiuto che effettivamente corrisponda al soggetto deve tener conto dei modi di legame che sono realmente in gioco, tanto più in quelle forme limite dell’intervento che possono poco valersi di una domanda ben costituita, e non possono quindi che giocare tutto sui modi dell’offerta: se essa sa includere o no la dimensione del dono.

Maiocchi, M. T., Dare ciò che non si ha, <<POLITICHE SOCIALI E SERVIZI>>, 1999; I (2): 203-215 [http://hdl.handle.net/10807/25052]

Dare ciò che non si ha

Maiocchi, Maria Teresa
1999

Abstract

La dimensione del dono è dare, in ciò che si dona, quel che non si ha: dare un oggetto che colmi nell’altro quella mancanza di cui il donatore stesso subisce tutti gli effetti, dialettica che mette in evidenza il versante inaspettatamente transitivo del dono: mi manchi, dunque ti dono. Questa logica è reperibile anche e soprattutto nelle relazioni dette “di aiuto”, dove il vero problema non sembra risiedere nella disponibilità dell’offerente al bisogno, alla richiesta del sofferente: la vera condizione dell’aiuto è l’effettiva capacità, per chi chiede, di accettazione e quindi di elaborazione soggettiva dell’offerta. L’offerta di aiuto, come ogni dono, per essere efficace deve includere allora la mancanza dell’offerente, per esempio nel suo scoprirsi senza garanzia -di potere e di efficacia- nel servizio che pure mette in opera. Ci sono situazioni che possiamo definire cliniche in un senso radicale, dove cioè viene implicato un ascolto operativo della sofferenza, benché non sia messa in gioco una richiesta di cura, né esplicita, ma nemmeno implicita. Si può parlare qui di una clinica senza domanda, clinica di base, non meno forte di quella a sfondo psicoterapeutico, clinica problematica, poiché – in assenza di una domanda trattabile – all’operatore resta un margine assai ristretto di costruzione del suo campo. Una clinica dell’aiuto che effettivamente corrisponda al soggetto deve tener conto dei modi di legame che sono realmente in gioco, tanto più in quelle forme limite dell’intervento che possono poco valersi di una domanda ben costituita, e non possono quindi che giocare tutto sui modi dell’offerta: se essa sa includere o no la dimensione del dono.
Italiano
Maiocchi, M. T., Dare ciò che non si ha, <<POLITICHE SOCIALI E SERVIZI>>, 1999; I (2): 203-215 [http://hdl.handle.net/10807/25052]
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