Uno dei maggiori meriti dell’insegnamento di Lacan è l’aver aperto una via in un punto nevralgico dell’etica analitica - proprio dove essa ha a che fare con una sorta di uccisione del soggetto - attraverso una credibilità riofferta alla nozione di “realtà”, così come la mostra nei “tre discorsi italiani”, come li chiama. Interessanti anche per l’uso strategico che viene fatto della nozione di “esperienza”. Se la passe è all’estrema intensione del discorso analitico, la “realtà” in quanto determinata dal procedimento analitico e dall’esperienza ad esso correlata, è all’estensione massima. Campo di operazioni in cui si colloca la filigrana dei “quattro discorsi”, come Lacan li formula poco più di un anno dopo. Se c’è esperienza, in quanto un procedimento vi opera, in che rapporto vi è il soggetto della psicoanalisi? Se l’esperienza formulata a partire dal campo frudiano è una base operativa, il reale, oscuro resto delle malriuscite relazioni tra simbolico e immaginario, si può presentare, per questa via come ciò che non è escluso dall’esperienza – tant’è che parliamo di “reale” del sintomo – ma solo in quanto qualcuno ha bussato alla porta di un analista per parlar(ne). Allora il reale può porsi come non escluso dall’esperienza, ma solo in quanto l’efficacia dell’atto di Freud è capace di produrne un’apertura nuova. Non si tratta di un’apertura qualunque: è procedere operando attraverso le strutture proprie del campo del linguaggio, e funzione della parola, campo segnato indelebilmente dalla scienza, e tanto più attraversata dall’invenzione dell’inconscio. Questo campo si mostra orientato modernamente non dall’ontico, ma dall’etico. Lo statuto dell’inconscio implica una polarizzazione essere-pensare che non cessa di tormentare, criticamente e imperativamente, il soggetto moderno. Ma che, proprio in quanto polarizzazione, criticamente e imperativamente lo impegna in impossibili operazioni di scelta.

Maiocchi, M. T., Il cogito freudiano e il reale dell'esperienza, <<LA PSICOANALISI>>, 1992; (10): 174-184 [http://hdl.handle.net/10807/23420]

Il cogito freudiano e il reale dell'esperienza

Maiocchi, Maria Teresa
1992

Abstract

Uno dei maggiori meriti dell’insegnamento di Lacan è l’aver aperto una via in un punto nevralgico dell’etica analitica - proprio dove essa ha a che fare con una sorta di uccisione del soggetto - attraverso una credibilità riofferta alla nozione di “realtà”, così come la mostra nei “tre discorsi italiani”, come li chiama. Interessanti anche per l’uso strategico che viene fatto della nozione di “esperienza”. Se la passe è all’estrema intensione del discorso analitico, la “realtà” in quanto determinata dal procedimento analitico e dall’esperienza ad esso correlata, è all’estensione massima. Campo di operazioni in cui si colloca la filigrana dei “quattro discorsi”, come Lacan li formula poco più di un anno dopo. Se c’è esperienza, in quanto un procedimento vi opera, in che rapporto vi è il soggetto della psicoanalisi? Se l’esperienza formulata a partire dal campo frudiano è una base operativa, il reale, oscuro resto delle malriuscite relazioni tra simbolico e immaginario, si può presentare, per questa via come ciò che non è escluso dall’esperienza – tant’è che parliamo di “reale” del sintomo – ma solo in quanto qualcuno ha bussato alla porta di un analista per parlar(ne). Allora il reale può porsi come non escluso dall’esperienza, ma solo in quanto l’efficacia dell’atto di Freud è capace di produrne un’apertura nuova. Non si tratta di un’apertura qualunque: è procedere operando attraverso le strutture proprie del campo del linguaggio, e funzione della parola, campo segnato indelebilmente dalla scienza, e tanto più attraversata dall’invenzione dell’inconscio. Questo campo si mostra orientato modernamente non dall’ontico, ma dall’etico. Lo statuto dell’inconscio implica una polarizzazione essere-pensare che non cessa di tormentare, criticamente e imperativamente, il soggetto moderno. Ma che, proprio in quanto polarizzazione, criticamente e imperativamente lo impegna in impossibili operazioni di scelta.
Italiano
Maiocchi, M. T., Il cogito freudiano e il reale dell'esperienza, <>, 1992; (10): 174-184 [http://hdl.handle.net/10807/23420]
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