Il Dante personaggio conosce, anche sul tema della giustizia, un itinerario di conversione: nell’Inferno aderisce, anche attivamente, alla giustizia retributiva che deriva direttamente da Lucifero e che egli è portato a far coincidere con la giustizia divina; nel Purgatorio condivide - nei gesti, nelle parole, nel tono - la giustizia riparativa, che ricuce le relazioni infrante dal peccato; nel Paradiso riconosce, con un atto di fede, di quella fede che viene in soccorso alla ragione, l’eccedenza della giustizia/misericordia di Dio rispetto alle categorie umane. Per il Dante autore, spiegare al lettore la teoria e la prassi della giustizia retributiva applicata nell’Inferno non è difficile; più difficile, ma non troppo, indurlo ad accettare una concezione di giustizia non più rigidamente formale e prevedibile, ma traversata e aperta e modificata dall’amore che perdona e che salva. Il vero problema lo pone ciò che Dante apprende nel Paradiso: come comunicare al lettore l’idea della incomprensibilità e nel contempo della profonda verità della misericordiosa giustizia di Dio? Il Dante autore rinuncia a razionalizzare e a verbalizzare ciò che non lo è; decide invece, con uno dei suoi colpi di genio, di riprodurlo nel proprio poema. Come Dio pone davanti al pellegrino dei dannati che il giudizio del mondo presumeva salvi e, per converso, dei penitenti o dei beati che si supponevano condannati, fino al caso scandaloso di Rifeo, allo stesso modo il Dante autore, costruendo la propria opera, pone di fronte al lettore dei veri e propri enigmi: dal Dante personaggio stesso, di fatto condannato dal “duro giudicio” di Dio eppure fatto salvo, al suicida e pagano e anticesariano Catone, custode dell’intero Purgatorio.

Frare, P., La giustizia della "Commedia", in Forti, G., Mazzucato, C., Visconti, A. (ed.), Letteratura e giustizia. III, Vita e Pensiero, Milano 2016: 172- 190 [http://hdl.handle.net/10807/72669]

La giustizia della "Commedia"

Frare
2016

Abstract

Il Dante personaggio conosce, anche sul tema della giustizia, un itinerario di conversione: nell’Inferno aderisce, anche attivamente, alla giustizia retributiva che deriva direttamente da Lucifero e che egli è portato a far coincidere con la giustizia divina; nel Purgatorio condivide - nei gesti, nelle parole, nel tono - la giustizia riparativa, che ricuce le relazioni infrante dal peccato; nel Paradiso riconosce, con un atto di fede, di quella fede che viene in soccorso alla ragione, l’eccedenza della giustizia/misericordia di Dio rispetto alle categorie umane. Per il Dante autore, spiegare al lettore la teoria e la prassi della giustizia retributiva applicata nell’Inferno non è difficile; più difficile, ma non troppo, indurlo ad accettare una concezione di giustizia non più rigidamente formale e prevedibile, ma traversata e aperta e modificata dall’amore che perdona e che salva. Il vero problema lo pone ciò che Dante apprende nel Paradiso: come comunicare al lettore l’idea della incomprensibilità e nel contempo della profonda verità della misericordiosa giustizia di Dio? Il Dante autore rinuncia a razionalizzare e a verbalizzare ciò che non lo è; decide invece, con uno dei suoi colpi di genio, di riprodurlo nel proprio poema. Come Dio pone davanti al pellegrino dei dannati che il giudizio del mondo presumeva salvi e, per converso, dei penitenti o dei beati che si supponevano condannati, fino al caso scandaloso di Rifeo, allo stesso modo il Dante autore, costruendo la propria opera, pone di fronte al lettore dei veri e propri enigmi: dal Dante personaggio stesso, di fatto condannato dal “duro giudicio” di Dio eppure fatto salvo, al suicida e pagano e anticesariano Catone, custode dell’intero Purgatorio.
Italiano
Letteratura e giustizia. III
9788834331194
Frare, P., La giustizia della "Commedia", in Forti, G., Mazzucato, C., Visconti, A. (ed.), Letteratura e giustizia. III, Vita e Pensiero, Milano 2016: 172- 190 [http://hdl.handle.net/10807/72669]
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