Dieci mesi separano l’inizio della prima guerra mondiale, il 28 luglio 1914, dall’ingresso dell’Italia nel conflitto, il 24 maggio dell’anno successivo. Questi mesi – nel corso dei quali il Paese passa dalla neutralità a un interventismo per molti aspetti problematico – rappresentano un importante fase di preparazione. In questo periodo l’Italia non solo costruisce all’interno e all’esterno l’immagine e la percezione della ‘sua’ guerra ma, più in generale, raccoglie e fonde in un sistema interpretativo coerente l’esperienza del conflitto europeo e le lezioni da esso fornite. Sul piano politico, la rappresentazione dello scontro come ‘quarta guerra d’indipendenza’ pone le basi per la mobilitazione ‘totale’ delle risorse umane e materiali del Paese in vista di un obiettivo che trascende i ‘semplici’ esiti bellici. Parallelamente, il consenso che almeno nei primi mesi si cementa intorno al gabinetto Salandra evolve, nella propaganda e nella retorica interventista, in una sorta union sacrée che rinsalda e conferma il mito del conflitto come guerra ‘nazionale’, condivisa e partecipata dalle forze politiche e sociali, al di là delle distinzioni spesso violente che le contrapponevano sul piano interno. Anche sul piano militare, la riorganizzazione del dispositivo bellico nazionale si accompagna a uno sforzo di riflessione/elaborazione sulle caratteristiche di una guerra che si distacca in modo radicale delle esperienze precedenti. Nei mesi della neutralità italiana, una lunga serie di eventi altera definitivamente le prospettive del conflitto e le aspettative dei belligeranti. Sul fronte occidentale, agli inizi di settembre, la resistenza franco-britannica sulla Marna blocca l’avanzata tedesca alle porte di Parigi, aprendo la via alla lunga stagione dalla guerra di trincea. Nello stesso mese, sul fronte orientale, la prima battaglia dei laghi Masuri da una parte, l’inizio dell’offensiva russa in Galizia dell’altra sembrano accreditare l’idea di una campagna di movimento; tuttavia, già nel corso dell’autunno l’unitarietà d’azione si frammenta in una miriade di operazioni a carattere essenzialmente tattico. In questo senso, il fallimento del contrattacco austro-tedesco del febbraio 1915 (seconda battaglia dei laghi Masuri) e la situazione di stallo che ne consegue non fa che porre il sigillo su una condizione ormai consolidata e riaffermare la necessità – per le potenze dell’Intesa – dell’apertura di un nuovo fronte. Occorre infine osservare come le ‘novità’ emerse nel corso dei primi mesi di guerra fossero, per molti aspetti, già ampiamente note agli stati maggiori delle principali potenze. L’esperienza della guerra russo-giapponese (1904-05) e, in parte, delle guerre balcaniche (1912-13) avevano rappresentato importanti precedenti sia rispetto al carattere ‘industriale’ della guerra moderna e alla sua natura di scontro ‘di materiali’, sia rispetto al prevalere della dimensione statica e latu senso ossidioanle su quella della manovra. In altre parole, già alla vigilia del conflitto era diffusa la consapevolezza – almeno fra gli ‘addetti ai lavori’ – che quella moderna fosse una guerra in cui la difesa aveva una netta la preminenza sull’attacco o, quanto meno, su un attacco condotto secondo i criteri del conflitto ottocentesco. L’enfasi posta dal Capo di Stato Maggiore, generale Cadorna, sui limiti quantitativi e qualitativi dell’esercito italiano all’epoca della sua entrata in guerra è chiara espressione di questa consapevolezza e, pur nel suo carattere largamente strumentale, costituisce il punto di partenza ineludibile di un dibattito che la condotta e gli esiti del conflitto avrebbero contribuito ad alimentare ulteriormente.

Pastori, G., Postfazione. Guardando da lontano. L’Italia e l’esperienza della guerra europea (1914-1915), in Nemeth, G., Papo, A. (ed.), Da Sarajevo al Carso, Luglio, San Dorligo della Valle 2014: 225- 241 [http://hdl.handle.net/10807/62841]

Postfazione. Guardando da lontano. L’Italia e l’esperienza della guerra europea (1914-1915)

Pastori, Gianluca
2014

Abstract

Dieci mesi separano l’inizio della prima guerra mondiale, il 28 luglio 1914, dall’ingresso dell’Italia nel conflitto, il 24 maggio dell’anno successivo. Questi mesi – nel corso dei quali il Paese passa dalla neutralità a un interventismo per molti aspetti problematico – rappresentano un importante fase di preparazione. In questo periodo l’Italia non solo costruisce all’interno e all’esterno l’immagine e la percezione della ‘sua’ guerra ma, più in generale, raccoglie e fonde in un sistema interpretativo coerente l’esperienza del conflitto europeo e le lezioni da esso fornite. Sul piano politico, la rappresentazione dello scontro come ‘quarta guerra d’indipendenza’ pone le basi per la mobilitazione ‘totale’ delle risorse umane e materiali del Paese in vista di un obiettivo che trascende i ‘semplici’ esiti bellici. Parallelamente, il consenso che almeno nei primi mesi si cementa intorno al gabinetto Salandra evolve, nella propaganda e nella retorica interventista, in una sorta union sacrée che rinsalda e conferma il mito del conflitto come guerra ‘nazionale’, condivisa e partecipata dalle forze politiche e sociali, al di là delle distinzioni spesso violente che le contrapponevano sul piano interno. Anche sul piano militare, la riorganizzazione del dispositivo bellico nazionale si accompagna a uno sforzo di riflessione/elaborazione sulle caratteristiche di una guerra che si distacca in modo radicale delle esperienze precedenti. Nei mesi della neutralità italiana, una lunga serie di eventi altera definitivamente le prospettive del conflitto e le aspettative dei belligeranti. Sul fronte occidentale, agli inizi di settembre, la resistenza franco-britannica sulla Marna blocca l’avanzata tedesca alle porte di Parigi, aprendo la via alla lunga stagione dalla guerra di trincea. Nello stesso mese, sul fronte orientale, la prima battaglia dei laghi Masuri da una parte, l’inizio dell’offensiva russa in Galizia dell’altra sembrano accreditare l’idea di una campagna di movimento; tuttavia, già nel corso dell’autunno l’unitarietà d’azione si frammenta in una miriade di operazioni a carattere essenzialmente tattico. In questo senso, il fallimento del contrattacco austro-tedesco del febbraio 1915 (seconda battaglia dei laghi Masuri) e la situazione di stallo che ne consegue non fa che porre il sigillo su una condizione ormai consolidata e riaffermare la necessità – per le potenze dell’Intesa – dell’apertura di un nuovo fronte. Occorre infine osservare come le ‘novità’ emerse nel corso dei primi mesi di guerra fossero, per molti aspetti, già ampiamente note agli stati maggiori delle principali potenze. L’esperienza della guerra russo-giapponese (1904-05) e, in parte, delle guerre balcaniche (1912-13) avevano rappresentato importanti precedenti sia rispetto al carattere ‘industriale’ della guerra moderna e alla sua natura di scontro ‘di materiali’, sia rispetto al prevalere della dimensione statica e latu senso ossidioanle su quella della manovra. In altre parole, già alla vigilia del conflitto era diffusa la consapevolezza – almeno fra gli ‘addetti ai lavori’ – che quella moderna fosse una guerra in cui la difesa aveva una netta la preminenza sull’attacco o, quanto meno, su un attacco condotto secondo i criteri del conflitto ottocentesco. L’enfasi posta dal Capo di Stato Maggiore, generale Cadorna, sui limiti quantitativi e qualitativi dell’esercito italiano all’epoca della sua entrata in guerra è chiara espressione di questa consapevolezza e, pur nel suo carattere largamente strumentale, costituisce il punto di partenza ineludibile di un dibattito che la condotta e gli esiti del conflitto avrebbero contribuito ad alimentare ulteriormente.
2014
Italiano
Da Sarajevo al Carso
9788868030957
Pastori, G., Postfazione. Guardando da lontano. L’Italia e l’esperienza della guerra europea (1914-1915), in Nemeth, G., Papo, A. (ed.), Da Sarajevo al Carso, Luglio, San Dorligo della Valle 2014: 225- 241 [http://hdl.handle.net/10807/62841]
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