Uno raccordo fulmineo all’inizio di Edipo re (1967) di Pier Paolo Pasolini sposta l’azione, senza soluzioni di continuità, dalle campagne del Friuli degli anni Venti a un deserto sconfinato e ancestrale (filmato in Marocco) che sfugge alle coordinate spazio-temporali della Storia per ancorarsi a quelle abissali del mito. Con un procedimento analogo, nel finale di Teorema (1968) il pater familias borghese interpretato da Massimo Girotti intraprende ignudo un percorso senza meta che lo conduce, sempre nell’immediatezza cinematografica del raccordo tra sequenze, dalla Stazione Centrale di Milano alla terra brulla e sterminata alle pendici dell’Etna. Un altro deserto, quest’ultimo, la cui fugace apparizione costella tutto il film, presentandosi all’improvviso tra le sequenze ambientate nelle fabbriche di periferia o nella villa borghese in cui vivono i protagonisti del film. Il montaggio cinematografico sembra dunque costituire per Pasolini l’espediente per la costruzione di continuità spaziali impossibili, i cui elementi strutturali abbracciano tanto diversi livelli di civiltà e cultura quanto la dimensione primigenia del deserto. Si tratta di ambienti paradossali che seguono però una precisa logica nella costruzione architettonica del reale: quella di una progressiva sottrazione da cui possa emergere, nella forma di uno spazio reale e concreto, la dimensione prerazionale di un inconscio barbarico che si pone alle origini di ogni costituzione di realtà. È questa una concezione dello spazio, che risponde soprattutto all’idea per cui “lo strumento linguistico su cui si impianta il cinema è […] di tipo irrazionalistico: e questo spiega la profonda qualità onirica del cinema, e anche la sua assoluta e imprescindibile concretezza […] oggettuale” (Empirismo eretico, p. 173). Nel presente intervento interrogherò, con l’aiuto dell’analisi semiotica, la costruzione visiva dello spazio nel cinema di Pasolini, considerandone i diversi archetipi in cui prende forma la dialettica tra spazi originari e pulsionali e tracce di civilizzazione: i pratoni della periferia romana, la campagna contadina, e soprattutto Casarsa, luogo originario del tempo estivo sospeso ed eterno che, pur sfuggendo alla rappresentazione diretta nel cinema di Pasolini, rappresenta un’idea sotterranea capace di rivelarsi tra le maglie delle diverse architetture e geografie raffigurate dal poeta.

Grossi, G. M., Progettare il deserto. L'architettura dello spazio nel cinema di Pier Paolo Pasolini, in L.M.F. Fabris, R. B. (ed.), Spazio Pasolini, Libria, Melfi 2026: 2026 91- 97 [https://hdl.handle.net/10807/341073]

Progettare il deserto. L'architettura dello spazio nel cinema di Pier Paolo Pasolini

Grossi, Giancarlo Maria
2026

Abstract

Uno raccordo fulmineo all’inizio di Edipo re (1967) di Pier Paolo Pasolini sposta l’azione, senza soluzioni di continuità, dalle campagne del Friuli degli anni Venti a un deserto sconfinato e ancestrale (filmato in Marocco) che sfugge alle coordinate spazio-temporali della Storia per ancorarsi a quelle abissali del mito. Con un procedimento analogo, nel finale di Teorema (1968) il pater familias borghese interpretato da Massimo Girotti intraprende ignudo un percorso senza meta che lo conduce, sempre nell’immediatezza cinematografica del raccordo tra sequenze, dalla Stazione Centrale di Milano alla terra brulla e sterminata alle pendici dell’Etna. Un altro deserto, quest’ultimo, la cui fugace apparizione costella tutto il film, presentandosi all’improvviso tra le sequenze ambientate nelle fabbriche di periferia o nella villa borghese in cui vivono i protagonisti del film. Il montaggio cinematografico sembra dunque costituire per Pasolini l’espediente per la costruzione di continuità spaziali impossibili, i cui elementi strutturali abbracciano tanto diversi livelli di civiltà e cultura quanto la dimensione primigenia del deserto. Si tratta di ambienti paradossali che seguono però una precisa logica nella costruzione architettonica del reale: quella di una progressiva sottrazione da cui possa emergere, nella forma di uno spazio reale e concreto, la dimensione prerazionale di un inconscio barbarico che si pone alle origini di ogni costituzione di realtà. È questa una concezione dello spazio, che risponde soprattutto all’idea per cui “lo strumento linguistico su cui si impianta il cinema è […] di tipo irrazionalistico: e questo spiega la profonda qualità onirica del cinema, e anche la sua assoluta e imprescindibile concretezza […] oggettuale” (Empirismo eretico, p. 173). Nel presente intervento interrogherò, con l’aiuto dell’analisi semiotica, la costruzione visiva dello spazio nel cinema di Pasolini, considerandone i diversi archetipi in cui prende forma la dialettica tra spazi originari e pulsionali e tracce di civilizzazione: i pratoni della periferia romana, la campagna contadina, e soprattutto Casarsa, luogo originario del tempo estivo sospeso ed eterno che, pur sfuggendo alla rappresentazione diretta nel cinema di Pasolini, rappresenta un’idea sotterranea capace di rivelarsi tra le maglie delle diverse architetture e geografie raffigurate dal poeta.
2026
Italiano
Spazio Pasolini
9788867644377
Libria
2026
Grossi, G. M., Progettare il deserto. L'architettura dello spazio nel cinema di Pier Paolo Pasolini, in L.M.F. Fabris, R. B. (ed.), Spazio Pasolini, Libria, Melfi 2026: 2026 91- 97 [https://hdl.handle.net/10807/341073]
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