In un volume pubblicato nel 1938, il musicologo e compositore Hugo Leichentritt (1874-1951) scrisse che “what Italy itself meant for the artists of all countries from about 1600 to 1900 must be appreciated if one is to reach an approximately correct estimate of the immense influence exercised by Italian culture all over the civilized world”. In tale arco di tre secoli, il “viaggio in Italia” rappresentò una costante formativa e professionale anche per innumerevoli protagonisti del mondo musicale inglese, quali John Dowland (1563-1626), Pelham Humfrey (1647-1674), Charles Avison (1709-1770), Charles Burney (1726-1814), Michael William Balfe (1808-1870), Edward Elgar (1857-1934). Anche Benjamin Britten (1913-1976) fu fortemente “susceptible to Italy”, come scrisse Graham Johnson in un volume del 2003, in cui si legge anche che “the immersion in Italian atmosphere was infinitely more to Britten’s musical tastes than a visit to Berlin would have been. […] He was after light and clarity, and the Italian sunlight was a metaphor for these musical qualities”. Tale perdurante e intensa interazione con l’Italia - sia quest’ultima turisticamente ammirata come “il Belpaese” oppure, ad esempio, artisticamente dialettizzata come “Paese del Belcanto” – si tradusse in un insaziabile interesse per l’esperienza e la cultura italiana lato sensu, nonché in un’impressionante fecondità di esiti pregevoli sul piano cultural-musicologico e compositivo, dei quali si darà sinteticamente conto nel contributo al Convegno.
Reggiani, E., "Susceptible to Italy”. Benjamin Britten e l’interazione odeporica con il Belpaese, in Cafiero Rosa - Lucarno Guido - Rizzo Raffaela Gabriella - Onorato Gigliol, C. R. -. L. G. -. R. R. G. -. O. G. (ed.), Turismo musicale. Storia, geografia, formazione, Pàtron Editore, Bologna 2025: 131- 139 [https://hdl.handle.net/10807/341066]
"Susceptible to Italy”. Benjamin Britten e l’interazione odeporica con il Belpaese
Reggiani, Enrico
2025
Abstract
In un volume pubblicato nel 1938, il musicologo e compositore Hugo Leichentritt (1874-1951) scrisse che “what Italy itself meant for the artists of all countries from about 1600 to 1900 must be appreciated if one is to reach an approximately correct estimate of the immense influence exercised by Italian culture all over the civilized world”. In tale arco di tre secoli, il “viaggio in Italia” rappresentò una costante formativa e professionale anche per innumerevoli protagonisti del mondo musicale inglese, quali John Dowland (1563-1626), Pelham Humfrey (1647-1674), Charles Avison (1709-1770), Charles Burney (1726-1814), Michael William Balfe (1808-1870), Edward Elgar (1857-1934). Anche Benjamin Britten (1913-1976) fu fortemente “susceptible to Italy”, come scrisse Graham Johnson in un volume del 2003, in cui si legge anche che “the immersion in Italian atmosphere was infinitely more to Britten’s musical tastes than a visit to Berlin would have been. […] He was after light and clarity, and the Italian sunlight was a metaphor for these musical qualities”. Tale perdurante e intensa interazione con l’Italia - sia quest’ultima turisticamente ammirata come “il Belpaese” oppure, ad esempio, artisticamente dialettizzata come “Paese del Belcanto” – si tradusse in un insaziabile interesse per l’esperienza e la cultura italiana lato sensu, nonché in un’impressionante fecondità di esiti pregevoli sul piano cultural-musicologico e compositivo, dei quali si darà sinteticamente conto nel contributo al Convegno.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



