Georg Simmel (Berlino 1858 – Strasburgo 1918) è uno dei padri fondatori della sociologia, nonché tra i maggiori interpreti della modernità. Gli ultimi anni della sua produzione intellettuale sono segnati dal tragico fenomeno della guerra. Lontano dalla sua città, Berlino, vive a Strasburgo dove nel 1914 ottiene una cattedra universitaria. Dopo un iniziale coinvolgimento emotivo nell’atmosfera del ceto intellettuale tedesco con riferimento alla costruzione di una comunità nazionale di destino, le sempre più ingenti perdite umane, materiali e morali, segnano il cambio di passo di Simmel e le continue biforcazioni cui si trova di fronte la coscienza e l’interpretazione degli avvenimenti che rappresentano una svolta epocale. Se, da un lato, tali avvenimenti sembrerebbero innescare la nascita di qualcosa che ancora non c’è stato, dall’altro diviene sempre più evidente come essi sprofondino invece il presente e il futuro in un abisso. La critica a Simmel da parte degli intellettuali al di fuori della Germania; la critica mossagli dai suoi stessi allievi, quei giovani che avrebbero dovuto ricostruire dalle ceneri ciò che la distruzione bellica provocava; infine, l’inaccettabile sacralizzazione dell’insensatezza a fronte delle perdite di vite umane e del patrimonio cultural-spirituale dell’umanità, spingono Simmel ad approfondire i suoi dubbi. In tale cornice, egli analizza più a fondo il legame tra ‘la crisi della cultura’ e il ‘duro colpo’ rappresentato da una guerra: legame che va al di là soltanto del suo tempo storico e che alimenta la potente ‘macchina da guerra’ capace di illudere sulla sua abilità nel riconciliare la lacerazione sperimentata dagli individui dentro una ‘cultura malata’ e le sue ‘artificiosità astratte’. Pur senza offrire ricette risolutive, Simmel indica percorsi e orizzonti culturali esplorabili per attraversare, senza perdersi del tutto, la profonda crisi che ha condotto alla guerra e che da quest’ultima viene acutizzata. Tra questi percorsi, di particolare interesse è l’ipotesi di una certa idea d’Europa che supera il cosmopolitismo astratto così come l’ipotesi di una semplice aggregazione di nazioni. Essa si alimenta attraverso una profonda rigenerazione spirituale che chiama in causa libertà e responsabilità – individuali e collettive - perché divenga ‘realtà non l’aspetto irragionevole dell’alternativa bensì quello sensato’.
Martinelli, M., La macchina della guerra. Riflessioni di Georg Simmel, Vita e Pensiero, Milano, Milano 2025: 68 [https://hdl.handle.net/10807/340886]
La macchina della guerra. Riflessioni di Georg Simmel
Martinelli, Monica
Primo
2025
Abstract
Georg Simmel (Berlino 1858 – Strasburgo 1918) è uno dei padri fondatori della sociologia, nonché tra i maggiori interpreti della modernità. Gli ultimi anni della sua produzione intellettuale sono segnati dal tragico fenomeno della guerra. Lontano dalla sua città, Berlino, vive a Strasburgo dove nel 1914 ottiene una cattedra universitaria. Dopo un iniziale coinvolgimento emotivo nell’atmosfera del ceto intellettuale tedesco con riferimento alla costruzione di una comunità nazionale di destino, le sempre più ingenti perdite umane, materiali e morali, segnano il cambio di passo di Simmel e le continue biforcazioni cui si trova di fronte la coscienza e l’interpretazione degli avvenimenti che rappresentano una svolta epocale. Se, da un lato, tali avvenimenti sembrerebbero innescare la nascita di qualcosa che ancora non c’è stato, dall’altro diviene sempre più evidente come essi sprofondino invece il presente e il futuro in un abisso. La critica a Simmel da parte degli intellettuali al di fuori della Germania; la critica mossagli dai suoi stessi allievi, quei giovani che avrebbero dovuto ricostruire dalle ceneri ciò che la distruzione bellica provocava; infine, l’inaccettabile sacralizzazione dell’insensatezza a fronte delle perdite di vite umane e del patrimonio cultural-spirituale dell’umanità, spingono Simmel ad approfondire i suoi dubbi. In tale cornice, egli analizza più a fondo il legame tra ‘la crisi della cultura’ e il ‘duro colpo’ rappresentato da una guerra: legame che va al di là soltanto del suo tempo storico e che alimenta la potente ‘macchina da guerra’ capace di illudere sulla sua abilità nel riconciliare la lacerazione sperimentata dagli individui dentro una ‘cultura malata’ e le sue ‘artificiosità astratte’. Pur senza offrire ricette risolutive, Simmel indica percorsi e orizzonti culturali esplorabili per attraversare, senza perdersi del tutto, la profonda crisi che ha condotto alla guerra e che da quest’ultima viene acutizzata. Tra questi percorsi, di particolare interesse è l’ipotesi di una certa idea d’Europa che supera il cosmopolitismo astratto così come l’ipotesi di una semplice aggregazione di nazioni. Essa si alimenta attraverso una profonda rigenerazione spirituale che chiama in causa libertà e responsabilità – individuali e collettive - perché divenga ‘realtà non l’aspetto irragionevole dell’alternativa bensì quello sensato’.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.



