The body escapes the grasp of reason. Theoretical concepts and constructs run the risk, with every verb or preposition, of complicating or oversimplifying, betraying both its immediacy and intimacy – its primum and proprium – and its multidimensional and temporal character – its historical and relational becoming. In this short essay, we will try to feel and speak once again about the body, starting from the idea of the body as a “tomb” and “prison” of the soul, which is deeply rooted in Western culture but which is missing a crucial part of Plato’s discourse. We will then conclude by analysing a practice that at first glance may seem like a “cell” – the Closlieu conceived by Arno Stern – but which, on closer examination, is perhaps more like a womb, a cell, in which the gesture recedes from an extroverted communicative intent to a vital rhizomatic movement, reconfiguring both everyday and extraordinary aesthetic experience. The two parts of the argument are united by fabric. A metaphor capable of making perceptible the connection, both intentional and accidental, between the constituent elements of a whole; an image capable of testing the very concept of “something” that can only exist in the future of an interweaving: a continuum between the visible and the invisible, singularity and plurality. The aim? To (re)sensitise us to the body: to its powerful generative texture. Hence the comma in the title: no identity is posited except to open up new differences.

Il corpo (s)fugge alla presa della ragione. Concetti e costrutti teorici rischiano ad ogni verbo o preposizione di complicare o semplificare all’eccesso, tradendo sia la sua immediatezza e intimità – il suo essere primum e proprium – sia il suo carattere multidimensionale e temporale – il suo farsi storico e relazionale. In questo breve saggio proveremo a sentire e dire ancora una volta il corpo a partire da quell’idea di “tomba” e “prigione” dell’anima fortemente radicata nella cultura occidentale, ma che si ritrova monca di un pezzo decisivo presente nel discorso di Platone. Concluderemo poi analizzando una pratica che a tutta prima può parere una “cella” – il Closlieu ideato da Arno Stern – ma che a ben guardare è forse più un utero, una cellula, in cui il gesto retrocede da un intento comunicativo estroflesso a un movimento rizomatico vitale riconfigurando l’esperienza estetica sia quotidiana sia extra-ordinaria. A unire l’una e l’altra parte dell’argomentazione vi è il tessuto. Una metafora capace di rendere percepibile la connessione, sia intenzionale sia casuale, degli elementi costitutivi di un tutto; un’immagine in grado di mettere alla prova la stessa concezione di un “qualcosa” che possa darsi se non nell’avvenire stesso di un intreccio: di un continuum tra visibile e in-visibile, singolarità e pluralità. Il fine? (Ri)sensibilizzarci al corpo: alla sua potente texture generativa. Da qui la virgola nel titolo: nessuna identità è posta se non per aprire nuove differenze e incontri, form-azioni e dis-apprendimenti.

Aimo, L., Il corpo, tessuto dell'esperienza. Per un'estetica in formazione, in Cappa, F. (ed.), Il corpo come oggetto pedagogico, FrancoAngeli, Milano 2025: 134- 145 [https://hdl.handle.net/10807/331160]

Il corpo, tessuto dell'esperienza. Per un'estetica in formazione

Aimo, Laura
Primo
2025

Abstract

Il corpo (s)fugge alla presa della ragione. Concetti e costrutti teorici rischiano ad ogni verbo o preposizione di complicare o semplificare all’eccesso, tradendo sia la sua immediatezza e intimità – il suo essere primum e proprium – sia il suo carattere multidimensionale e temporale – il suo farsi storico e relazionale. In questo breve saggio proveremo a sentire e dire ancora una volta il corpo a partire da quell’idea di “tomba” e “prigione” dell’anima fortemente radicata nella cultura occidentale, ma che si ritrova monca di un pezzo decisivo presente nel discorso di Platone. Concluderemo poi analizzando una pratica che a tutta prima può parere una “cella” – il Closlieu ideato da Arno Stern – ma che a ben guardare è forse più un utero, una cellula, in cui il gesto retrocede da un intento comunicativo estroflesso a un movimento rizomatico vitale riconfigurando l’esperienza estetica sia quotidiana sia extra-ordinaria. A unire l’una e l’altra parte dell’argomentazione vi è il tessuto. Una metafora capace di rendere percepibile la connessione, sia intenzionale sia casuale, degli elementi costitutivi di un tutto; un’immagine in grado di mettere alla prova la stessa concezione di un “qualcosa” che possa darsi se non nell’avvenire stesso di un intreccio: di un continuum tra visibile e in-visibile, singolarità e pluralità. Il fine? (Ri)sensibilizzarci al corpo: alla sua potente texture generativa. Da qui la virgola nel titolo: nessuna identità è posta se non per aprire nuove differenze e incontri, form-azioni e dis-apprendimenti.
2025
Italiano
Il corpo come oggetto pedagogico
9788835174325
FrancoAngeli
Aimo, L., Il corpo, tessuto dell'esperienza. Per un'estetica in formazione, in Cappa, F. (ed.), Il corpo come oggetto pedagogico, FrancoAngeli, Milano 2025: 134- 145 [https://hdl.handle.net/10807/331160]
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