This contribution starts from research into the origins of the notion of projection, as applied in a 1911 German article about cinema and dreams, “Kinematograf und Traum”, published by young philosopher Raphael Seligmann on the influential Frankfurter Zeitung. Using the same sources of a philosophy of technics Lewis Mumford and McLuhan will employ later (e.g. the typical late 19th century notion of “organic projection”), Seligmann’s article offers a key to understand the widespread phenomenon that was, precisely at that time, beginning to be labelled as mediatization. At the same time – even if expressed with old-fashioned philosophical categories – it is a clear psychological account of the specific nature of the film projection device: cinema succeeded in matching in a flash of light both the great discoveries of the nineteenth century, technology and the unconscious. After having shown its origins in the philosophical debate of the late 19th century, this paper marks out two different definitions of the notion of projection as applied to cinema. On the one hand, film stands as a psychological device, crucial to the understanding of its cultural value as a symbolic form. On the other hand, film stands as a socio-technological device that gives shape to the form itself of our knowledge. Such a layered notion of projection, straddling two centuries, bringing into play both the unconscious and technology, reveals itself, as a fact, to be a condition of possibility for any cultural evaluation of the new medium of film. It is also an open road for any debate about what we now label the dispositif.

Questo intervento prende le mosse da una ricerca sulla nozione di proiezione, e da un articolo pubblicato nel 1911 da un giovane filosofo tedesco, Raphael Seligmann, sul più influente quotidiano tedesco, la “Frankfurter Zeitung”, a proposito del rapporto tra cinematografo e sogno: “Kinematograph und Traum”. Utilizzando le stesse fonti di filosofia della tecnica a cui faranno riferimento successivamente Lewis Mumford e Marshall McLuhan (come la nozione tipicamente tardo-ottocentesca di “proiezione organica”), l’articolo di Seligmann offre delle chiavi per capire quel fenomeno diffuso che proprio in quegli stessi anni si stava iniziando a definire come mediatizzazione. Allo stesso tempo, pur ricorrendo a un linguaggio e a categorie filosofiche ormai datate, Seligmann offre una chiara definizione del dispositivo di proiezione cinematografica: il cinema riunisce in un lampo di luce le due grandi scoperte dell’Ottocento, l’inconscio e la tecnologia. Dopo averne determinato le origini nel dibattito filosofico del tempo, il saggio procede nell’individuare due differenti definizioni dei fenomeni proiettivi nell’esperienza cinematografica. Da un lato, il film trova una sua dimensione come dispositivo psicologico, cruciale nel determinarne il valore culturale di forma simbolica socialmente condivisa. Dall’altro, il cinema si rivela nelle sue dimensioni di dispositivo socio-tecnologico che mette in forma i nostri stessa modelli conoscitivi. Una tale nozione stratificata di proiezione, capace di cavalcare due secoli e di mettere insieme le dimensioni inconsce con l’esperienza della tecnologia, è quella che ha infine permesso una valutazione culturale del nuovo medium a una nuova generazione di intellettuali come Seligmann negli anni Dieci – ma aprirà anche la strada ai successivi dibattiti su quello che ancora oggi intendiamo, appunto, come dispositivo.

Locatelli, M., Rafel Seligmann (1911): The Origins of Projection, in Casetti, F., Gaines, J. (ed.), Dall'inizio, alla fine / In the Very Beginning, at the Very End, Forum, Udine 2010: 61- 68 [http://hdl.handle.net/10807/30824]

Rafel Seligmann (1911): The Origins of Projection

Locatelli, Massimo
2010

Abstract

Questo intervento prende le mosse da una ricerca sulla nozione di proiezione, e da un articolo pubblicato nel 1911 da un giovane filosofo tedesco, Raphael Seligmann, sul più influente quotidiano tedesco, la “Frankfurter Zeitung”, a proposito del rapporto tra cinematografo e sogno: “Kinematograph und Traum”. Utilizzando le stesse fonti di filosofia della tecnica a cui faranno riferimento successivamente Lewis Mumford e Marshall McLuhan (come la nozione tipicamente tardo-ottocentesca di “proiezione organica”), l’articolo di Seligmann offre delle chiavi per capire quel fenomeno diffuso che proprio in quegli stessi anni si stava iniziando a definire come mediatizzazione. Allo stesso tempo, pur ricorrendo a un linguaggio e a categorie filosofiche ormai datate, Seligmann offre una chiara definizione del dispositivo di proiezione cinematografica: il cinema riunisce in un lampo di luce le due grandi scoperte dell’Ottocento, l’inconscio e la tecnologia. Dopo averne determinato le origini nel dibattito filosofico del tempo, il saggio procede nell’individuare due differenti definizioni dei fenomeni proiettivi nell’esperienza cinematografica. Da un lato, il film trova una sua dimensione come dispositivo psicologico, cruciale nel determinarne il valore culturale di forma simbolica socialmente condivisa. Dall’altro, il cinema si rivela nelle sue dimensioni di dispositivo socio-tecnologico che mette in forma i nostri stessa modelli conoscitivi. Una tale nozione stratificata di proiezione, capace di cavalcare due secoli e di mettere insieme le dimensioni inconsce con l’esperienza della tecnologia, è quella che ha infine permesso una valutazione culturale del nuovo medium a una nuova generazione di intellettuali come Seligmann negli anni Dieci – ma aprirà anche la strada ai successivi dibattiti su quello che ancora oggi intendiamo, appunto, come dispositivo.
Inglese
Dall'inizio, alla fine / In the Very Beginning, at the Very End
978-88-8420-598-8
Locatelli, M., Rafel Seligmann (1911): The Origins of Projection, in Casetti, F., Gaines, J. (ed.), Dall'inizio, alla fine / In the Very Beginning, at the Very End, Forum, Udine 2010: 61- 68 [http://hdl.handle.net/10807/30824]
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