Può la moda, fenomeno effimero per eccellenza, costituire una risposta ad alcune distorsioni economiche della globalizzazione? Può, cioè, in senso più generale, rappresentare una forma di agire economicamente responsabile? Riferendosi più in particolare all’ambito del consumo, la responsabilità si esplica fondamentalmente in tre direzioni: verso se stessi (scelta di articoli per il benessere e la felicità personale), verso gli altri (acquisto di prodotti che garantiscono retribuzione eque, rispetto dei diritti dei lavoratori, esclusione del lavoro minorile), verso l’ambiente (consumi ecologici e ecosostenibili, beni con packing a basso impatto ambientale, prodotti biologici). Oggetti e usi di questo tipo concretizzano contenuti culturali visibili che vengono condivisi sia da chi produce sia da chi compra. Sembra instaurarsi, in questi casi, un circolo virtuoso che conferisce, ad alcune tipologie di merci, valori quali la giustizia e la solidarietà, in controtendenza rispetto agli orientamenti della globalizzazione economica e culturale contemporanea. Le logiche del profitto e della libera commercializzazione, alla base del mercato planetario, non vengono rigettate ma riprese e finalizzate alla creazione di uno stile di vita più attento ai diritti degli altri e al pianeta. In questa prospettiva la diffusione dei cosiddetti “beni responsabili” può essere interpretata anche come una forma di contestazione “dall’interno” delle dinamiche economiche mondiali, una sorta di “globalizzazione dal basso o alternativa” che, pur condividendone gli strumenti, ne mette in dubbio i criteri e gli obiettivi. La ricerca sociologica qui presentata si è focalizzata su alcune esperienze locali privilegiando in particolare tre filoni: l’usato o second-hand, l’abbigliamento e gli accessori di provenienza equa e solidale, i capi in tessuti biologici. Le prime rilevazioni sul campo hanno già mostrato un universo molto ricco e significativo, in cui i principi del commercio equo e solidale trovano una piena applicazione. Questi primi risultati si coniugano con la consapevolezza che tale fenomeno ha dimensioni territoriali ed economiche ben più ampie di quelle fin qui studiate e che meriterebbe ulteriori finanziamenti per poter essere analizzato in maniera esaustiva. Una riconferma indiretta della sua crescente importanza è costituita dall’attenzione che i media vi dedicano sempre più frequentemente. L’espressione “moda responsabile”, allora, lungi dal sembrare una contraddizione in termini acquisisce un altro spessore e sembra indicare una nuova frontiera dell’elaborazione culturale della nostra società.

Lunghi, C., La "moda responsabile": una risposta "dal basso" alla globalizzazione dei consumi?, in Corradi, L., Perocco, F. (ed.), Sociologia e globalizzazione, Mimesis, Milano 2007: 207- 216 [http://hdl.handle.net/10807/27650]

La "moda responsabile": una risposta "dal basso" alla globalizzazione dei consumi?

Lunghi, Carla
2007

Abstract

Può la moda, fenomeno effimero per eccellenza, costituire una risposta ad alcune distorsioni economiche della globalizzazione? Può, cioè, in senso più generale, rappresentare una forma di agire economicamente responsabile? Riferendosi più in particolare all’ambito del consumo, la responsabilità si esplica fondamentalmente in tre direzioni: verso se stessi (scelta di articoli per il benessere e la felicità personale), verso gli altri (acquisto di prodotti che garantiscono retribuzione eque, rispetto dei diritti dei lavoratori, esclusione del lavoro minorile), verso l’ambiente (consumi ecologici e ecosostenibili, beni con packing a basso impatto ambientale, prodotti biologici). Oggetti e usi di questo tipo concretizzano contenuti culturali visibili che vengono condivisi sia da chi produce sia da chi compra. Sembra instaurarsi, in questi casi, un circolo virtuoso che conferisce, ad alcune tipologie di merci, valori quali la giustizia e la solidarietà, in controtendenza rispetto agli orientamenti della globalizzazione economica e culturale contemporanea. Le logiche del profitto e della libera commercializzazione, alla base del mercato planetario, non vengono rigettate ma riprese e finalizzate alla creazione di uno stile di vita più attento ai diritti degli altri e al pianeta. In questa prospettiva la diffusione dei cosiddetti “beni responsabili” può essere interpretata anche come una forma di contestazione “dall’interno” delle dinamiche economiche mondiali, una sorta di “globalizzazione dal basso o alternativa” che, pur condividendone gli strumenti, ne mette in dubbio i criteri e gli obiettivi. La ricerca sociologica qui presentata si è focalizzata su alcune esperienze locali privilegiando in particolare tre filoni: l’usato o second-hand, l’abbigliamento e gli accessori di provenienza equa e solidale, i capi in tessuti biologici. Le prime rilevazioni sul campo hanno già mostrato un universo molto ricco e significativo, in cui i principi del commercio equo e solidale trovano una piena applicazione. Questi primi risultati si coniugano con la consapevolezza che tale fenomeno ha dimensioni territoriali ed economiche ben più ampie di quelle fin qui studiate e che meriterebbe ulteriori finanziamenti per poter essere analizzato in maniera esaustiva. Una riconferma indiretta della sua crescente importanza è costituita dall’attenzione che i media vi dedicano sempre più frequentemente. L’espressione “moda responsabile”, allora, lungi dal sembrare una contraddizione in termini acquisisce un altro spessore e sembra indicare una nuova frontiera dell’elaborazione culturale della nostra società.
Italiano
Sociologia e globalizzazione
9788884835383
Lunghi, C., La "moda responsabile": una risposta "dal basso" alla globalizzazione dei consumi?, in Corradi, L., Perocco, F. (ed.), Sociologia e globalizzazione, Mimesis, Milano 2007: 207- 216 [http://hdl.handle.net/10807/27650]
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