Nell’ottobre del 1597 il giovane belga Ericio Puteano giunse nella città del cardinale Federico Borromeo, destinato a rimanervi circa otto anni, prima di fare ritorno a Lovanio per subentrare sulla cattedra del celebre maestro Giusto Lipsio. In Italia, a Milano come nel breve intermezzo padovano, Puteano si inserì negli ambienti della letteratura e dell’erudizione, arricchendo la sua formazione e preparandosi alla decennale carriera accademica che avrebbe svolto in Belgio. Viceversa, la sua presenza, catalizzatrice di contatti internazionali, fu occasione per misurare la vocazione europea e i talenti culturali della sede lombarda. Adottando sempre questa prospettiva sdoppiata, i cinque capitoli che compongono il libro intendono scandire, quasi ‘al rallentatore’, i momenti forti del soggiorno italiano di Puteano. Accedendo a fonti poco battute o inedite, si è cercato di arricchire la conoscenza e la comprensione di entrambi i versanti, la biografia di Puteano e la storia letteraria della Milano borromaica. Si è cercato, in primo luogo, di contestualizzare l’esordio di Puteano scrittore, avvenuto nel 1598. Sono così emersi alcuni luoghi deputati a coltivare le lettere in città, facendo intravedere una realtà se non altro più mossa e variegata rispetto al giudizio tradizionale, ormai discusso dalla storiografia più recente. Il secondo capitolo apre la parentesi dei mesi trascorsi da Puteano nella casa padovana di Gian Vincenzo Pinelli, uno dei crocevia più fertili della comunità sovranazionale e palestra di studi filologici. L’approfondimento è valso anche ad illustrare le vicende occorse dopo il 1601 alla celebre biblioteca di Pinelli, così importante per la storia dell’Ambrosiana, sua sede attuale. Le autorità milanesi richiamarono Puteano dal Veneto per affidargli la cattedra di umanità alle Scuole Palatine, sperando con tale mossa di promuovere gli studi locali. È in questa fase che avvenne l’incontro con Federico Borromeo, che, da lì in poi, costituirà la prima speranza nei disegni italiani dell’allievo di Lipsio. L’arcivescovo, al rientro dalla lunga stagione romana, dove aveva saggiato le avanguardie strette attorno alla Biblioteca Vaticana e alle corti cardinalizie, andava proprio allora progettando la biblioteca milanese e la serie di istituti a lei satelliti. Complice l’affinità intellettuale basata sulla tradizione umanistica, fra i due si stabilì un dialogo dal ritmo alternato, positivo quando si trattò di gettare le basi ideali dell’Ambrosiana, più critico durante i delicati assestamenti organizzativi. Nel primo caso, Puteano fece da tramite nel decisivo carteggio fra Borromeo e Lipsio, i cui consigli ebbero grande considerazione presso il cardinale; nel secondo, mancò al fiammingo l’occasione e, probabilmente, l’accortezza per inserirsi adeguatamente nel gruppo dei suoi stretti collaboratori. Gli attriti con il Collegio dei Dottori, oltre la schermaglia accademica, esemplificano le difficoltà di ordinamento e definizione di un centro di ricerca innovativo, al passo con la trasformazione degli scenari epistemologici. In ogni caso, per l’alta progettualità di Borromeo, che mirava a ‘far gran cose’ a Milano, l’Ambrosiana si collocò tra gli istituti culturali di primo rilievo nel panorama europeo di inizio Seicento. L’ultimo capitolo, infine, si sofferma sugli aspetti propriamente letterari del confronto fra i due intellettuali. Puteano fu l’antesignano della scrittura latina barocca nella sua veste ‘laconica’, Borromeo, educato alla scuola del classicismo rinascimentale, discusse la proposta del fiammingo e ne prese le distanze, mostrando, anche in questo versante della sua personalità, competenza e fermezza di opinioni. Gli argomenti sollevati dalle parti sono poi calati in contesti più ampi. Per il cardinale, essi si rintracciano fra le sue predilezioni nell’ambito della poesia volgare, all’insegna del decoro e della misura. Nel caso di Puteano invece, si è sondato il retroterra locale dei suoi scritti sul laconismo, usciti a Milano nel 1605, per valutare la capacità di ricezione della città nei confronti di una proposta stilistica non tradizionale.

Ferro, R., Federico Borromeo ed Ericio Puteano. Cultura e letteratura a Milano ai primi del Seicento, Biblioteca Ambrosiana-Bulzoni Editore, Milano-Roma 2007: 432 [http://hdl.handle.net/10807/23471]

Federico Borromeo ed Ericio Puteano. Cultura e letteratura a Milano ai primi del Seicento

Ferro, Roberta
2007

Abstract

Nell’ottobre del 1597 il giovane belga Ericio Puteano giunse nella città del cardinale Federico Borromeo, destinato a rimanervi circa otto anni, prima di fare ritorno a Lovanio per subentrare sulla cattedra del celebre maestro Giusto Lipsio. In Italia, a Milano come nel breve intermezzo padovano, Puteano si inserì negli ambienti della letteratura e dell’erudizione, arricchendo la sua formazione e preparandosi alla decennale carriera accademica che avrebbe svolto in Belgio. Viceversa, la sua presenza, catalizzatrice di contatti internazionali, fu occasione per misurare la vocazione europea e i talenti culturali della sede lombarda. Adottando sempre questa prospettiva sdoppiata, i cinque capitoli che compongono il libro intendono scandire, quasi ‘al rallentatore’, i momenti forti del soggiorno italiano di Puteano. Accedendo a fonti poco battute o inedite, si è cercato di arricchire la conoscenza e la comprensione di entrambi i versanti, la biografia di Puteano e la storia letteraria della Milano borromaica. Si è cercato, in primo luogo, di contestualizzare l’esordio di Puteano scrittore, avvenuto nel 1598. Sono così emersi alcuni luoghi deputati a coltivare le lettere in città, facendo intravedere una realtà se non altro più mossa e variegata rispetto al giudizio tradizionale, ormai discusso dalla storiografia più recente. Il secondo capitolo apre la parentesi dei mesi trascorsi da Puteano nella casa padovana di Gian Vincenzo Pinelli, uno dei crocevia più fertili della comunità sovranazionale e palestra di studi filologici. L’approfondimento è valso anche ad illustrare le vicende occorse dopo il 1601 alla celebre biblioteca di Pinelli, così importante per la storia dell’Ambrosiana, sua sede attuale. Le autorità milanesi richiamarono Puteano dal Veneto per affidargli la cattedra di umanità alle Scuole Palatine, sperando con tale mossa di promuovere gli studi locali. È in questa fase che avvenne l’incontro con Federico Borromeo, che, da lì in poi, costituirà la prima speranza nei disegni italiani dell’allievo di Lipsio. L’arcivescovo, al rientro dalla lunga stagione romana, dove aveva saggiato le avanguardie strette attorno alla Biblioteca Vaticana e alle corti cardinalizie, andava proprio allora progettando la biblioteca milanese e la serie di istituti a lei satelliti. Complice l’affinità intellettuale basata sulla tradizione umanistica, fra i due si stabilì un dialogo dal ritmo alternato, positivo quando si trattò di gettare le basi ideali dell’Ambrosiana, più critico durante i delicati assestamenti organizzativi. Nel primo caso, Puteano fece da tramite nel decisivo carteggio fra Borromeo e Lipsio, i cui consigli ebbero grande considerazione presso il cardinale; nel secondo, mancò al fiammingo l’occasione e, probabilmente, l’accortezza per inserirsi adeguatamente nel gruppo dei suoi stretti collaboratori. Gli attriti con il Collegio dei Dottori, oltre la schermaglia accademica, esemplificano le difficoltà di ordinamento e definizione di un centro di ricerca innovativo, al passo con la trasformazione degli scenari epistemologici. In ogni caso, per l’alta progettualità di Borromeo, che mirava a ‘far gran cose’ a Milano, l’Ambrosiana si collocò tra gli istituti culturali di primo rilievo nel panorama europeo di inizio Seicento. L’ultimo capitolo, infine, si sofferma sugli aspetti propriamente letterari del confronto fra i due intellettuali. Puteano fu l’antesignano della scrittura latina barocca nella sua veste ‘laconica’, Borromeo, educato alla scuola del classicismo rinascimentale, discusse la proposta del fiammingo e ne prese le distanze, mostrando, anche in questo versante della sua personalità, competenza e fermezza di opinioni. Gli argomenti sollevati dalle parti sono poi calati in contesti più ampi. Per il cardinale, essi si rintracciano fra le sue predilezioni nell’ambito della poesia volgare, all’insegna del decoro e della misura. Nel caso di Puteano invece, si è sondato il retroterra locale dei suoi scritti sul laconismo, usciti a Milano nel 1605, per valutare la capacità di ricezione della città nei confronti di una proposta stilistica non tradizionale.
Italiano
Monografia o trattato scientifico
Ferro, R., Federico Borromeo ed Ericio Puteano. Cultura e letteratura a Milano ai primi del Seicento, Biblioteca Ambrosiana-Bulzoni Editore, Milano-Roma 2007: 432 [http://hdl.handle.net/10807/23471]
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